Marino Freschi, Joseph Roth

"Free Ebrei", III, 2, dicembre 2014

 

Marino Freschi, Joseph Roth, Napoli, Liguori Editore, 2013, 273 pp., € 19.90

 

di Paola Paumgardhen



Abstract

Marino Freschi's essay on Joseph Roth tries to uncover some hidden aspects of Joseph Roth's position against Jewish national politics.

 

Dopo uno studio intenso che si inalvea nel solco della ricerca germanistica internazionale più avanzata e una storia compositiva rocambolesca, Marino Freschi presenta un appassionante saggio monografico su Joseph Roth, uno dei massimi scrittori del secolo scorso, che, secondo l’autore, oggi va riscoperto nella straordinaria attualità del suo spirito conservatore e tradizionalista che lo rende inaspettatamente capace di divenire araldo di una età nuova. Moses Joseph Roth nasce nel 1894 a Brody, un villaggio della Galizia appartenente all’impero Austro-Ungarico, dove vive fino a diciotto anni con la famiglia materna nel grembo protettivo di una piccola comunità ebraico-orientale che lo mette al riparo dalla assimilazione alla cultura occidentale. Similmente a tanti dei suoi personaggi, il giovane sembra animato da una indomabile smania di movimento verso la libertà e la indipendenza che nel tempo si trasforma tra continui viaggi e repentini cambiamenti di residenza nelle metropoli europee in un vagabondaggio eterno, che alla sua inquieta indole ebraica e artistica è più necessario che non una casa e una patria. «Poeta maledetto» lo definisce Freschi per la sua ostinazione a non radicarsi in nessuna terra e in nessun popolo in difesa della sua identità sovranazionale di ebreo della diaspora e di cittadino del Vielvölkerstaat, dello Stato dei cento popoli, ma anche per il suo tragico destino di vittima del razzismo nazista che culmina nella disperazione dell’immobilità imposta dall’esilio in Francia e nella morte prematura per abuso di alcol.

La vita viene concepita da Roth come un inarrestabile nomadismo esistenziale e letterario che si declina in frequenti spostamenti dal remoto shtetl galiziano e da Vienna, dove intraprende gli studi universitari, al fronte, in Francia, Belgio, Olanda, Polonia, Russia e in tanti viaggi come inviato speciale della «Frankfurter Zeitung». Lo scrittore galiziano parla della sua esistenza come di una «fuga senza fine» - come del resto conferma il titolo della sua più autentica autobiografia romanzata – una fuga dalla ruggente modernità verso un passato migliore, à la recherche du temps perdu, che nella sua narrativa onirica e utopica dalla Marcia di Radetzky alla Cripta dei cappuccini a Giobbe si traduce poeticamente in una struggente nostalgia per la monarchia asburgica e per lo Ostjudentum, due realtà del “mondo di ieri” scomparse con il declino dell’Occidente, che, sebbene Roth abbia a malapena conosciuto, da pio ebreo continua a rievocare messianicamente tra memoria e attesa nel suo “esodo letterario”. Freschi osserva acutamente che la grandezza morale e intellettuale dell’autore galiziano risiede nella sua precoce intuizione della crisi del mondo moderno - quello nel quale ancora abitiamo – in cui drammaticamente si estinguono il sacro e sovranazionale impero asburgico e la integra comunità ostjüdisch dei ghetti, una dolorosa percezione che trova impulsivamente espressione nei numerosi componimenti lirici a cui lavora su scrittoi di fortuna nella hall di alberghi o su tavolini di caffè metropolitani.

Nel suo più radicale pamphlet, L’Anticristo, Roth, «poeta ribelle», denunzia la demonia brutale della modernità che si è incarnata nei nazionalismi, negli irredentismi, nei totalitarismi e anche nel capitalismo con i suoi perversi e letali meccanismi di omologazione della società e dell’individuo, la cui critica si inasprisce nell’attacco alla cinematografia americana paragonata con un sarcastico gioco di parole a una Hölle-Wut, ovvero a una furia infernale. Quella di Roth è una natura malinconica. Non a caso Freschi, da esperto conoscitore della Vienna fin de siècle, mette in luce nel suo ritratto dell’artista la sua “mitomania”, certo poeticamente efficace nelle fantastiche mitizzazioni narrative di una civiltà al tramonto, ma una megalomania che è anche sintomo di uno stato depressivo grave – così diffuso in quella società declinante - che trova fugace sollievo nella ebbrezza da “santo bevitore” come nella esaltazione psicologica di un fedele suddito dell’imperatore Francesco Giuseppe, il quale arriva addirittura a fingersi un ufficiale asburgico. Come sottolinea insistentemente Freschi, Roth è certamente uno scrittore apolitico, che nel suo coraggioso anelito alla libertà non si lega a nessun partito e a nessun padrone, restando radicato nella sua anacronistica idea – insieme ebraica e austriaca – di Übernation, di supernazione. Ne dà prova inconfutabile nel suo nobile articolo Io rinuncio, un fiero “Nulli concedo” alla Germania governata da un imbianchino, in cui rifiuta di essere pubblicato nel Terzo Reich, noncurante delle disastrose conseguenze economiche.

Come pure irremovibile lo scrittore ostjüdisch resta nella sua opposizione al sionismo politico di Theodor Herzl, che vede come il segmento ebraico del nazionalismo nella modernità e che giunge finanche a equiparare al nazionalsocialismo. Se Roth si presenta attraverso le sue utopie regressive come un “superstite del mondo di ieri”, la sua incrollabile fede nella sacralità dell’impero lo trasforma in un legittimista convinto, che con un impegno militante a favore della causa asburgica “donchisciottescamente” sostiene la restaurazione monarchica. Sì, perché la Austria imperialregia è l’unica patria dei senza patria, in cui l’uomo è più importante della nazionalità, dove si può passare o restare senza necessità di passaporto. Quella vecchia corona costituisce per Roth l’ultimo ricordo di una grande epoca della Europa, ma può essere altresì in piccolo il modello di un grande mondo dell’avvenire. Allo scrittore apatride, che vive la diaspora come benedizione, resta la lingua come estrema patria, quella che nessun Hitler gli può sottrarre. Il credo è che ognuno possa acquistare cittadinanza universale nel regno della cultura, dove per primo può risorgere una nuova Europa. Joseph Roth, come il suo amico Stefan Zweig, si rivela in ciò un eccellente erede della tradizione umanistica di Erasmo. Qui risiede, mi pare, il messaggio più importante e urgente del bel libro di Freschi: sempre riesce ad affermarsi la fede nella possibilità di un mondo in pace proprio quando i dissidi sono più forti, poiché l’umanità non può vivere senza il sogno del supremo accordo. 




Casella di testo

Citazione:

Marino Freschi, Joseph Roth (recensione di Paola Paumgardhen), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", III, 2, dicembre 2014

url: http://www.freeebrei.com/anno-iii-numero-2-luglio-dicembre-2014/marino-freschi-joseph-roth




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