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L’affare Dreyfus

 


La notizia dell’arresto del capitano Dreyfus fu pubblicata in prima pagina nel numero del 6-7 novembre 1894[1] con un articolo del corrispondente Paolo Bernasconi. Il giornalista scriveva della famiglia dell’arrestato, di Mülhouse, impegnata nell’imprenditoria, il cui fondatore, padre del capitano, si era riscattato da una posizione umile di rigattiere nel quartiere operaio della città.

La parte più interessante dell’articolo è la seconda, in cui si facevano congetture sulle cause del tradimento: un’ipotesi si riferiva al bisogno di denaro del capitano. Si affermava che doveva sostenere molte spese, esorbitanti rispetto alle sue possibilità. La relazione con una donna lo avrebbe indotto a spese enormi, e quando il capitano non poté più mantenerla, costei avrebbe chiesto delle informazioni segrete per rimanergli accanto a Parigi. L’aver accondisceso alla richiesta avrebbe così portato Dreyfus a tradire il suo Paese. Il tradimento poteva essere nato da un sentimento d’invidia perché molti dei suoi compagni furono mandati in missioni all’estero mentre a lui fu negata questa possibilità nonostante le sue ripetute domande, così avrebbe venduto importanti segreti militari per intralciarli. Quest’opinione era condivisa anche dai suoi compagni della scuola politecnica. In ogni modo, il capitano Dreyfus non aveva rapporti con gli altri ufficiali dello Stato Maggiore, era messo in disparte, “egli era oggetto di un’avversione quasi irragionevole, che forse contribuì potentemente a far germogliare nell’animo suo il sentimento della vendetta”[2].

Nei giorni successivi si ebbero altre notizie riguardanti il caso Dreyfus[3]. Nelle note d’agenzia si poteva leggere che l’istruttoria preliminare era terminata e trasmessa al generale Saussier, governatore militare di Parigi[4]. In un primo momento la data del processo fu fissata per il 26 e 27 novembre, successivamente spostata al 19 dicembre[5]. Le udienze si tennero rigorosamente a porte chiuse, nonostante le veementi proteste dell’avvocato difensore Edgar Demange.

La vicenda Dreyfus fu vissuta dall’opinione pubblica e dal governo francese come un evento che avrebbe pesato sul destino della nazione e molti giornali - notava Paolo Bernasconi in una corrispondenza del 15 dicembre[6]- mostravano superficialità nel divulgare sugli addetti militari di potenze straniere dichiarazioni, che contribuivano a rendere ancor più teso il clima creatosi attorno al processo. Nella percezione del corrispondente il comune lettore francese era impressionato dall’immagine “di un esercito incapace di difendere la patria, e dall’ebreo, elemento estraneo nella nazione, pronto a tradirla per denaro”. I giornali antisemiti, come “ La Libre Parole” di Drumont, utilizzarono il processo contro il capitano Dreyfus per accentuare la campagna di discredito sulla minoranza israelita e per fomentare nuove agitazioni sociali.

Il 22 dicembre il processo si concluse con la condanna al carcere a vita e alla deportazione di Alfred Dreyfus. Il quotidiano dedicò alla sentenza un articolo di Paolo Bernasconi, pubblicato in prima pagina[7].  Egli aveva creduto all’innocenza di Dreyfus all’inizio, poiché le prove raccolte a suo carico potevano essere apparentemente attendibili ma prive d’effettivo fondamento. Nella seconda parte della corrispondenza, Bernasconi scriveva che il processo aveva colpito duramente non soltanto l’immagine dell’esercito francese, ma soprattutto la comunità israelita. Molti francesi pensavano, infatti, che il tradimento di Dreyfus fosse conseguente alla sua appartenenza alla razza ebraica. Secondo Bernasconi, la condanna di Dreyfus aveva ottenuto un effetto maggiore rispetto ai libri e agli articoli del giornalista antisemita Drumont, tuttavia egli era convinto che “La razza tenace, la quale da Tito in poi, ha subito ogni sorta di offese e di miserie, dimostrerà ancora una volta di che cosa sia capace un popolo, anche disperso, ma che conserva una tradizione religiosa purissima, e la fede incrollabile nei suoi destini”. Il punto più oscuro della vicenda era il movente che lo avrebbe spinto a commettere un simile atto. Non vi poteva essere un motivo economico, poiché proveniva da una famiglia agiata e aveva sposato una donna molto ricca. Con ciò il corrispondente lasciava cadere l’ipotesi che il tradimento fosse dovuto a problemi finanziari. Anche dal punto di vista della carriera militare, contrariamente a quanto si diceva nelle prime notizie raccolte, non si trovavano dei moventi plausibili, poiché aveva davanti a sé la possibilità di raggiungere i più alti gradi dell’esercito. L’ipotesi avanzata d’invidie fra colleghi di lavoro non pareva verosimile, l’ex capitano apparteneva da troppo tempo all’esercito per cedere a simili sentimenti. Le ultime due ipotesi per quanto concerneva il movente, erano che i familiari, divenuti cittadini prussiani con la cessione dell’Alsazia, avessero influito su di lui e lo avessero portato ad un atto disonorevole, o che la veemenza dei giornali antisemiti parigini verso la sua razza, l’avesse portato a vendicarsi. Tuttavia per il corrispondente il movente rimaneva oscuro, e tutte le ipotesi fatte difettavano di logica. Per il giornalista, ammesso che Dreyfus fosse colpevole, il movente da accreditare era forse “la pazzia”.

Quando fu resa nota la sentenza, quasi tutti i giornali uscirono con edizioni straordinarie. I maggiori giornali parigini fermarono la loro attenzione soprattutto sulla pena per il capitano Dreyfus; sul “Figaro” Saint Genest argomentava che, se per un soldato che aveva levato la mano sul suo superiore in un accesso d’ira era prevista la pena di morte, la stessa pena doveva essere inflitta ad un uomo che aveva venduto il suo Paese. Il “Journal” dichiarava di aver voluto dubitare fino in fondo della colpevolezza di Dreyfus, ma che, dopo il giudizio di sette integri ufficiali, ciò non era più possibile. “L’Intransigeant”, “L’Autorité” e il “Petit Journal” affermavano perentoriamente la necessità della condanna a morte per casi di spionaggio.

Sono di particolare interesse i commenti di due giornali tedeschi sull’affare. Lo “Strassburger Zeitung”[8] dichiarava che l’ambasciata germanica a Parigi non aveva mai intrattenuto rapporti con il capitano Dreyfus e non era mai entrata in possesso del Bordereau. L’articolista focalizzava la sua attenzione sulla perizia calligrafica, giudicandola non risolutiva poiché non c’era unanimità di giudizio fra i periti. Anche l’organo di stampa ufficioso del governo tedesco, l’“Hamburger Correspondent”, ribadiva che non erano mai intercorsi rapporti fra diplomatici tedeschi e l’ex capitano Dreyfus.

Il legale di Dreyfus, Edgar Demange, presentò ricorso al Consiglio di revisione, che tuttavia non poteva modificare la sentenza, ma solo ammettere il ricorso o respingerlo per vizio di procedura. Il corrispondente era del parere che il ricorso sarebbe stato respinto[9]. Egli descrisse la cerimonia della degradazione, che si tenne nel cortile della Scuola d’Armi di Parigi[10]. Dreyfus apparve nell’immenso cortile fra quattro artiglieri, fermatosi nel mezzo, gli fu letta la sentenza, a cui rimase impassibile. Subito dopo, il generale D’Arras, comandante delle truppe di guarnigione di Parigi, disse: “Dreyfus siete indegno di portare le armi; nel nome del popolo francese vi degradiamo”. L’ex capitano proclamò nuovamente la sua innocenza gridando: “Sulla testa di mia moglie, sulla testa dei miei figli, giuro che sono innocente: lo giuro. Viva la Francia”. Dopo che gli furono strappati i distintivi del grado e spezzata la sciabola, l’ex capitano fu costretto a passare davanti alle truppe, che gli rivolsero gli epiteti più infamanti.

Il corrispondente notò che fuori della scuola militare si era assiepata una folla consistente, a stento tenuta a freno dagli agenti, gridante: “A morte! A morte!” e “Giuda! Giuda!”. Dreyfus fu condotto successivamente nella prigione della Santé, in attesa di partire per l’Isola del Diavolo[11].

Nel 1896 lo scrittore francese Bernard Lazare[12] scrisse Une erreur judiciaire: la vérité sur l’Affaire Dreyfus, che destò molta sorpresa e sensazione in Francia[13].

Dall’analisi di Lazare emergeva come parte dei documenti che Dreyfus avrebbe ceduto, erano conoscibili e accessibili da altri ufficiali, mentre la rimanente non poteva essere conosciuta dall’ex capitano. Alla fine dell’elenco vi era la frase “io parto per le manovre” ma Dreyfus non doveva andare alle manovre.

Lazare notava molte incongruenze nelle accuse contro l’ex capitano; Dreyfus era descritto come un uomo astuto, ma era incomprensibile il motivo che l’aveva spinto a redigere un documento compromettente non usando una macchina da scrivere o delle lettere ritagliate. Inoltre sembrava inverosimile che Dreyfus non corrispondesse in tedesco con l’ambasciata tedesca a Parigi, poiché conosceva bene tale lingua essendo nato in Alsazia. Per quanto concerneva il promemoria, era strano che un documento tanto importante fosse finito in un cestino, raccolto dalla donna delle pulizie, in realtà agente della sezione statistica dello Stato Maggiore. Il movente del tradimento rimaneva oscuro, Dreyfus aveva un’ottima posizione economica e nessuna aberrazione mentale; tutti coloro che lo conoscevano lo descrivevano come un uomo onesto, tranquillo ed energico. Durante il procedimento contro Dreyfus, ai giudici fu mostrato un documento proveniente dall’ambasciata tedesca che non riportava il suo nome ma un’iniziale: D. Tale documento non era stato mostrato né all’ex capitano né al suo difensore, per cui la sua condanna contrastava con ogni principio giuridico. L’origine israelita di Lazare non fu evidenziata da Bernasconi, è ipotizzabile che il giornalista intendesse così dare maggiore imparzialità al giudizio dello scrittore.

E’ possibile trovare ulteriori notizie sul caso Dreyfus dal 29 ottobre del 1897; il senatore Auguste Scheurer-Kestener[14], in un’intervista ad un giornale francese[15], dichiarava la sua convinzione assoluta nell’innocenza di Dreyfus, ma rifiutava di portare a sostegno della sua tesi fatti o documenti, nell’interesse del condannato stesso. Tuttavia si venne a sapere che il senatore si era incontrato con il generale Billot[16], ministro della guerra, e con il primo ministro Méline[17], mostrando loro i documenti[18]. In tale occasione aveva comunicato gli elementi su cui fondava la sua convinzione nell’innocenza del capitano Dreyfus, e lasciava al governo il tempo necessario per prendere le misure opportune e la cura di informare l’opinione pubblica[19]. Il senatore possedeva prove accusatorie contro un alto ufficiale dello Stato Maggiore, era a conoscenza anche di manipolazioni su importanti documenti. L’intero incartamento fu affidato ad un avvocato che doveva redigere la richiesta al guardasigilli per la revisione del processo.

Nel giornale apparve un articolo non firmato sulle nuove rivelazioni riguardanti l’affaire[20], ormai centro di discordanti giudizi, poiché nessuno era riuscito a pronunciare la parola risolutiva che spettava solamente ai documenti. Rimaneva il fatto che sette uomini d’onore, sette ufficiali, avevano pronunciato la sentenza obbedendo alla voce della loro coscienza, ma ciò non evitava la possibilità dell’errore. Dall’altra parte vi era il senatore Scheurer-Kestener, che nonostante fosse un patriota al di sopra d’ogni sospetto, poteva sbagliare. Nessuno aveva per adesso il diritto di scegliere fra questi due errori, non era in gioco l’onore di un uomo, ma l’onore della giustizia umana. La verità doveva risaltare dai fatti, manifesti ed inoppugnabili. I dubbi sul processo furono accresciuti dalla segretezza che accompagnò il dibattimento, e che in parte minò la legittimità della condanna. I documenti portati da Scheurer-Kestener avrebbero forse modificato l’opinione esistente nelle sfere ministeriali, era necessario che il caso Dreyfus non fosse più un mistero, un enigma storico.

Il 16 novembre il fratello dell’ex capitano Dreyfus, Mathieu, scrisse una lettera aperta al ministro della guerra[21].  Il giornale la riportò interamente:

“Signor Ministro,

Solo alla base dell’accusa contro il mio disgraziato fratello fu la lettera -missiva non firmata e non datata che menzionava i documenti militari confidenziali consegnati ad un agente di potenza estera. Ho l’onore di farvi conoscere che l’autore di detta lettera è il conte Walsin Esterhazy, maggiore di fanteria, collocato fuori attività di servizio per malattia temporanea, nella primavera scorsa. La calligrafia del comandante Walsin Esterhazy è identica a quella della lettera. Potrete facilmente procurarvi la scrittura di detto ufficiale. Del resto sono pronto ad indicarvi ove potrete trovare sue lettere di incontestabile autenticità con data anteriore all’arresto di mio fratello. Non dubito Signor Ministro, conoscendo l’autore del tradimento pel quale fu condannato mio fratello, che farete pronta giustizia.                                            Firmato: Mathieu Dreyfus”

Il clamore che la lettera suscitò fu molto ampio, soprattutto nei circoli militari[22]. Relativamente all’interpellanza alla Camera su questa lettera e alle accuse ad un ufficiale dello Stato Maggiore, il ministro della guerra, generale Billot, affermò la necessità dell’apertura di un’inchiesta[23]. Bernasconi dedicò un articolo al presunto colpevole, il maggiore Ferdinand Esterhazy [24]. Ciò che più era da notare, era la grande differenza fra le sue entrate economiche e la sua vita mondana che ruotava intorno a gioco, amanti, debiti ingenti. Un comportamento totalmente differente da quello tenuto dall’ex capitano Dreyfus, considerato dall’articolista modesto e semplice, contrariamente alle prime dicerie raccolte sul suo conto al momento dell’arresto. Per quanto riguardava l’inchiesta in corso sul caso, Esterhazy fece sapere che la sua scrittura era differente da quella del Bordereau; inoltre fu avvertito, tramite alcune lettere anonime, dell’indagine svolta, all’insaputa dei superiori, dal colonnello Picquart[25] e che si stava ordendo un complotto a suo danno. Aveva informato di queste lettere anonime i superiori, che l’avevano rassicurato. Il corrispondente concludeva parlando dell’inchiesta del colonnello Picquart[26], basata sul confronto fra la scrittura di Esterhazy con quella del Bordereau. Quelle numerose cambiali, provenienti da molte città della Francia, erano i veri motivi per cui Esterhazy fu collocato in disponibilità per infermità passeggere, anche la franchezza militare aveva i suoi eufemismi.

Un altro punto importante, messo in evidenza dai giornali, era il così detto dossier segreto[27], in altre parole un insieme di documenti presentato ai soli giudici, non all’accusato e al suo difensore; per quello che il giornale poteva sapere, questi documenti erano rappresentati da lettere scambiate fra gli addetti militari di due potenze straniere. La prima trattava di un certo “animale di D.....” divenuto “troppo esigente”, l’altra lettera riportava questa frase “io parto per Roma e voi per Berlino. E’ sottinteso che né l’uno né l’altro conosce Dreyfus”. Quest’ultimo documento implicava direttamente l’addetto militare italiano Alessandro Panizzardi e il suo corrispettivo tedesco Maximilien Schwarzkoppen; su quest’ultima lettera era doveroso nutrire forti dubbi, poiché aveva come protagonisti due diplomatici che avevano l’obbligo di essere discreti[28].

L’altra parte del dossier segreto conteneva otto lettere, sette delle quali sarebbero state scritte dallo stesso capitano Dreyfus al conte Munster, ambasciatore tedesco a Parigi. L’ottava lettera sarebbe stata scritta dall’ambasciatore tedesco all’imperatore. In queste lettere, Dreyfus si doleva di non potere far carriera all’interno dell’esercito francese e chiedeva all’imperatore, attraverso il conte Munster, di entrare nell’esercito tedesco in cambio di informazioni. Le lettere dell’imperatore lo informavano che i regolamenti si opponevano alla sua domanda ma, aggiungendo stranamente che, doveva ormai considerarsi appartenente allo Stato Maggiore di Germania e in missione segreta a Parigi, in caso di guerra sarebbe passato con il suo grado nell’esercito tedesco. La corrispondenza aveva un’autenticità più che dubbia: come poteva essere possibile che l’imperatore Guglielmo fosse coinvolto in una vicenda di spionaggio?[29]. Dunque era falsa e l’interesse a falsificarla poteva essere solamente del vero colpevole, che, se fosse stato Esterhazy, non avrebbe avuto difficoltà a falsificare la firma di Dreyfus.

Il 5 dicembre si diede notizia dell’istruzione del processo contro Esterhazy, per ordine del generale Saussier; il primo Consiglio di guerra lo avrebbe dovuto giudicare solo se la procura avesse trovato degli elementi per procedere[30]. Il 10 gennaio ebbe inizio il processo; si decise che il dibattimento si sarebbe incentrato sulle accuse prodotte da Mathieu Dreyfus, e sulle pratiche accertate dal colonnello Picquart, quando si rese conto che il Bordereau poteva essere stato scritto da Esterhazy[31]. Il cancelliere lesse il rapporto del comandante Ravary, sostanzialmente favorevole al maggiore Esterhazy e che partiva dalle indagini condotte dal colonnello Picquart, giudicate illecite, poiché aveva avvertito dell’inchiesta i suoi superiori solamente dopo le perizie calligrafiche sulle lettere dell’imputato. Il colonnello Picquart era accusato di violazione del segreto militare, perché aveva parlato del dossier segreto con l’avvocato Louis Leblois. Fu interrogato il maggiore Esterhazy, che dichiarò che una donna velata nottetempo lo aveva avvertito delle macchinazioni a suo danno all’interno dello Stato Maggiore, e negò di aver scritto il Bordereau. La seconda giornata dell’udienza fu tenuta a porte chiuse[32]; tuttavia trapelò che il colonnello Picquart era stato interrogato e messo a confronto con il generale Gonce e il colonnello Henry[33], capo del servizio informazioni dello Stato Maggiore. Il giornale informò in poche righe dell’assoluzione di Esterhazy[34].

I commenti de “Le Matin”, de “L’Aurore”, del “Rappel”, e del “Radical” si focalizzarono soprattutto sul ruolo di Picquart, divenuto il vero accusato al posto dell’imputato[35]. Il “Temps”si domandava se, non esistendo le prove decisive per condannare Esterhazy, potevano veramente essere esistite per condannare Dreyfus?[36].

I giornali inglesi furono concordi nel deplorare la condotta del governo francese e dello Stato Maggiore[37]. Per il “Daily News”, il verdetto era la degna conclusione di tutta una serie di inchieste condotte nella totale oscurità. Il “Times” argomentava che nonostante Esterhazy fosse stato assolto dal Consiglio di guerra, ciò non indicava che negli ambienti militari si fosse assistito alla sua esaltazione. Per il quotidiano inglese il popolo francese si accontentava, in tema di giustizia, che il verdetto del processo contro Esterhazy confermasse quello contro Dreyfus.

Secondo il “National Zeitung”, la conduzione del processo aveva gettato una luce sinistra sulla giustizia francese. Il “Berliner Neuste Nachrichten” scriveva che la sentenza del Consiglio di guerra era fortemente equivoca, lasciando molte domande senza risposte. Secondo il giornale, i circoli militari tedeschi e quelli diplomatici francesi credevano nell’innocenza di Dreyfus, solo il governo francese rimaneva irragionevolmente legato all’idea che il caso fosse chiuso. Il quotidiano ipotizzava che le autorità politiche temessero una diminuzione del prestigio dello Stato Maggiore approvando un processo di revisione[38].

Invece L’“Intransigeant”, “La libre Parole”, “Il Petit Journal” e l’“Echo de Paris” esultarono per il verdetto.

Il 13 gennaio, la prima pagina[39] si apriva con la lettera-accusa di Emile Zola[40], pubblicata nell’“Aurore” di Georges Clemeceau con il titolo J’accuse, in parte riprodotta, in parte riassunta nelle sue linee principali[41]. Zola, già convintosi  dell’innocenza di Dreyfus nel 1897, aveva  scritto una serie di articoli pubblicati dal quotidiano “Le Figaro” in difesa del capitano[42].

Zola scriveva che l’affare Dreyfus offuscava tutto il periodo della presidenza di Faure per come le autorità competenti avevano condotto i procedimenti giudiziari. La storia aveva segnato sulla guancia della Francia una macchia che non poteva essere cancellata se non con l’affermarsi della verità. L’accusa più pesante era rivolta al colonnello Du Paty, il vero artefice del caso, l’uomo che con assurde macchinazioni aveva ordito una trama romanzesca intrisa della presenza di donne misteriose che nottetempo consegnavano prove fondamentali, carte rubate, lettere anonime. Il Bordereau si trovava già nell’ottobre del 1894 nelle mani del colonnello Sandherr[43].

Erano sparite delle carte già archiviate. Tramite l’esame del Bordereau, si disse che il colpevole doveva essere un ufficiale di artiglieria, mentre un esame più approfondito avrebbe dimostrato che lo scrivente era un ufficiale di truppa. Data l’importanza della prova calligrafica, il colonnello Du Paty divenne il protagonista del caso; fece arrestare Dreyfus, terrorizzò sua moglie, ordì macchinazioni per dimostrare la colpevolezza dell’ex capitano.

Per quanto concerneva il processo contro Dreyfus, Zola focalizzava la sua attenzione soprattutto sul valore della prova d’accusa, a suo avviso inesistente, dato che i presunti segreti militari erano tutti di poca importanza. L’atto d’accusa contro Dreyfus conteneva solamente ingenuità, asserzioni formali basate sul vuoto; dei quattordici capi d’accusa si poteva dedurne uno solo: il Bordereau. Zola concludeva con specifiche accuse nei riguardi di Du Paty, l’artefice dell’errore giudiziario, reso possibile dalle sue nefaste macchinazioni; del generale Mercier[44], un debole, responsabile dell’arresto di Dreyfus; del generale Billot, ministro della guerra che, avendo avuto le prove dell’innocenza di Dreyfus, le aveva soffocate per salvare l’onore dello Stato Maggiore; dei generali Gonce[45] e Boisdeffre[46], complici di Billot nello stesso delitto; del generale Pellieux e del comandante Ravary per la loro inchiesta nettamente parziale in favore di Esterhazy; dei tre periti calligrafi per i loro falsi rapporti; del ministero della guerra, che, attraverso le pagine dell’ “Eclair” e dell’ “Echo de Paris”, aveva condotto una campagna per sviare l’opinione pubblica; del primo Consiglio di guerra, che aveva condannato un imputato sulla base di un documento segreto, e del secondo Consiglio di guerra, che aveva coperto questa illegalità commettendo a sua volta il delitto di assolvere un colpevole[47].

Le prime udienze del processo contro lo scrittore non produssero novità significative, limitandosi a esaminare fatti conosciuti, come il coinvolgimento di membri dello Stato Maggiore nell’invio dei telegrammi falsi al colonnello Picquart, il comportamento ambiguo dei generali Gonce e Boisdreffe[48]. I commenti dei giornali francesi sulle prime udienze erano diversificati: il “Figaro”, prima sostenitore del processo contro Dreyfus, ma comunque sempre benevolo nei confronti del condannato, chiosando le deposizioni dei generali Boisdeffre e Mercier, affermava che quando i capi supremi dell’esercito impegnavano la loro parola per dichiarare che un colpevole fu giustamente condannato bisognava credere a questa parola, anche quando la sicurezza dello Stato non permetteva di verificare tale giudizio pubblicamente[49]. Il “Journal” scriveva che le udienze dimostravano la fondatezza delle accuse, riportando le deposizioni dei generali dell’esercito. Il “Radical”, “L’Aurore”, il “Rappel” affermavano che con le deposizioni rese in tribunale, nonostante le reticenze, vi era la prova dell’esistenza di un dossier segreto. Giornali come la “Neue Freie Presse”, di cui era corrispondente Theodor Herzl futuro leader sionista, e il “New York Herald” [50] argomentavano che il popolo francese doveva aver perso ogni sentimento del diritto per far sì che una simile farsa potesse essere compiuta senza suscitare forti opposizioni dell’opinione pubblica. L’onore dell’esercito non era che una frase per definire la ragione di Stato, che aveva già ucciso molti innocenti durante la rivoluzione francese; la Francia era quindi pronta per una nuova ricaduta nella barbarie.

Secondo il “New York Herald” non era opportuno che in tempo di pace un processo, anche concernente questioni militari, fosse avvolto da tanto mistero. Infatti, durante il processo Dreyfus, il corpo del delitto (dossier segreto) era stato mostrato solo alla Corte marziale, e non all’avvocato difensore: un metodo adatto all’inquisizione spagnola. Inoltre era stato imposto ai giudici della Corte marziale di mantenere il segreto, facendo sì che nel caso in cui Dreyfus fosse condannato ingiustamente, nessuno dei componenti della Corte potesse mai rivelare nulla. In conclusione, si constatava come fosse incomprensibile che un popolo intelligente come quello francese sopportasse un simile sistema giudiziario.

Con l’approssimarsi della fine, era quasi impossibile, per Bernasconi, avere un verdetto di assoluzione, ma almeno lo spettacolo quotidiano di offesa alla giustizia e al diritto sarebbe finito [51]. La decadenza della civiltà colpiva un Paese come la Francia che grazie ai suoi storici, filosofi, poeti e giuristi - le cui opere s’indirizzavano verso un perfezionamento morale - era diventato il punto di convergenza di tutti gli spiriti progressivi. Il primo abuso contro il diritto era stato commesso con il processo Dreyfus, l’acquisizione del famoso Borderau trovato da una spia, da un individuo incaricato di compiti equivoci. I giudici erano stati obbligati a far atto di fede, per l’autenticità del documento, nei confronti del ministero della guerra che, a sua volta, aveva fatto atto di fede sulle affermazioni dell’agente. Per trovare processi simili a quello che aveva coinvolto Zola si doveva risalire alla fine del settecento, al tribunale rivoluzionario, quando i giurati erano timidi servi del governo e dei sanculotti, che sorvegliavano i dibattimenti e gridavano morte

Il 23 febbraio il giornale riportò in prima pagina la notizia della condanna di Zola ad un anno di detenzione e al pagamento di una multa di tremila franchi [52]. Nella seconda pagina si pubblicavano i commenti di alcuni quotidiani francesi [53]: il “Figaro” scriveva che Zola era vittima degli avvenimenti e della sua imprudenza; egli avrebbe voluto una revisione del processo Dreyfus, ma questa esigeva un notevole numero di prove che, secondo il giornale, non erano state addotte. L’“Aurore” argomentava che, nonostante la sconfitta, era fiera di aver lottato insieme a Zola contro l’illegalità dei processi militari, contro le manovre dello Stato Maggiore. Il giornale femminista “ La fronde” spiegava che non ci si doveva stupire del verdetto, perché anche altri giudici che non avevano subito intimidazioni e pressioni dai capi della difesa nazionale, avevano emesso verdetti bizzarri. Nel “Siècle”: “il pubblico applaudì il verdetto, ma rimase silenzioso alla condanna. C’è come un malessere generale. È forse il principio del risveglio della coscienza pubblica”. Per quanto riguardava la stampa inglese, il “Times” scriveva che la vera colpa di Zola era stata quella di levarsi in favore della libertà e della verità, per questa coraggiosa rivendicazione sarebbe stato onorato ovunque da ogni uomo che avesse un’anima viva [54]. Il “Daily Graphic” considerava il verdetto contro Zola come emesso per ordine dell’esercito. Il “Daily Mail” credeva che la sua condanna sancisse la completa disfatta della legge francese. Invece Il “Petit Journal” giudicava un anno di prigione troppo poco per colui che si era rivoltato contro la propria patria. L’ “Intransigeant” di Rochefort affermava che se Zola non fosse stato accecato dall’orgoglio avrebbe potuto vedere chiaramente di essere stato la vittima del “sindacato Dreyfus”. Nell’ “Autoritè” si poteva leggere “Viva i giurati! Voi avete vendicato l’esercito, vendicato la giustizia, lavato gli oltraggi, rimesso ciascuno al suo posto: gli ebrei al ghetto maledetto, e il veneziano Zola in prigione”. 

Bernasconi scrisse che lo scrittore poteva anche essere definito un illuso, aveva riposto la sua fiducia in un’influenza disconosciuta dal popolo francese, che a mala pena ne conosceva il nome e le opere. L’errore vero era stato di coloro che avevano voluto il processo: chi aveva spinto il governo verso questa via mirava solo all’effetto momentaneo, e all’approvazione del personale militare. Il primo ministro Mèline avrebbe dovuto prevedere quali passioni e disordini si sarebbero scatenati, quale scandalo in Francia e all’estero e, soprattutto, quali armi sarebbero state fornite all’odio di partito, di razza, di religione[55]. Giornali come “La libre Parole”, “L’Intransigeant”, “L’Autoritè”, commettevano ogni giorno delitti pari a quelli che aveva commesso Zola. La lettera dello scrittore doveva essere considerata come una segnalazione di un’ingiustizia e un invito a provvedere alle autorità competenti. Se la denuncia di Zola fosse stata più pacata, la sua campagna ne avrebbe tratto giovamento, forse il processo contro di lui sarebbe stato più difficilmente costruibile. Se si fosse comunque arrivati al processo, l’esercito avrebbe dovuto portare i documenti, sia falsi che veri, dei processi Dreyfus ed Esterhazy. La prigione sarebbe stata per Zola una fortezza, in cui avrebbe potuto sostenere l’assedio di tutto l’odio e il rancore sollevati contro un’azione generosa.

Il 18 luglio ebbe inizio il processo d’assise contro Zola [56], tuttavia lo scrittore fece in modo di riparare all’estero, poiché la sentenza doveva essere comunicata alla persona stessa del condannato e, se questi fosse rimasto in Francia, avrebbe avuto solo cinque giorni per ricorrere in Cassazione [57]. La sua destinazione era ignota, solo il suo avvocato ne era al corrente, e manteneva il segreto volendo studiare bene la questione, se il governo avesse il diritto di far comunicare all’estero col mezzo dei consoli la sentenza che lo scrittore non voleva vedersi intimata. Solo nel caso che questo diritto non esistesse, il rifugio sarebbe stato rivelato.[58] Per quanto concerneva l’altro procedimento a carico di Zola, cioè la radiazione dai registri della Legion d’onore, non fu presa alcuna decisione, poiché era stato condannato in contumacia e poteva fare opposizione contro la sentenza.

In una seduta alla Camera, il ministro Cavaignac[59] ribadì la convinzione della colpevolezza di Dreyfus, portando a conferma di questa tesi lettere del condannato, la confessione resa a due ufficiali il giorno della degradazione, una lettera in cui si menzionava un certo D., e un’altra in cui era presente l’intero nome dell’ex capitano[60].

La stampa francese reagì in modo diversificato alle dichiarazioni del ministro della guerra; uomini come Rochefort, Drumont e Cassagnac esultavano, lodando Cavaignac per le dichiarazioni fatte alla Camera. Il “Figaro” credeva che il ministro avesse detto la parola definitiva sull’affare Dreyfus, mentre il “Radical” affermava che l’equivoco continuava. Sia “La Petite Republique” che “L’Aurore” si focalizzavano prevalentemente sui documenti in possesso di Cavaignac, che non erano stati mostrati né all’accusato né al suo difensore[61]

Il colonnello Picquart scrisse al presidente del Consiglio dei ministri Brisson, affermando che i documenti in possesso del ministro Cavaignac, due datati 1894 e uno 1896, non potevano essere attribuiti a Dreyfus [62]. Nella stessa pagina del giornale si riportava l’ipotesi di un arresto di Picquart per violazione del segreto professionale [63].

I documenti prodotti dal ministro della guerra non potevano avere valore se non per un processo di revisione, poiché Cavaignac non dichiarava se le prove del tradimento erano state mostrate all’accusato e al suo difensore, e questo era il vero punto centrale della questione secondo Bernasconi[64]. Cavaignac non rispose alla domanda se la condanna di Dreyfus era stata preceduta dalle garanzie che la legge assicura agli accusati. L’ordine giudiziario francese era quasi sovvertito, i ministri sembravano giudici degli accusati e la Camera stessa diveniva una Corte di Cassazione. Sia la Camera che il ministro Cavaignac erano incompetenti a giudicare una questione d’ordine giudiziario, inoltre tutti gli accusati sarebbero stati condannati, se i tribunali avessero preso l’abitudine di giudicare sopra documenti scelti dall’accusa, senza possibilità, per la difesa, di discuterli, e neppure di vederli. Questo metodo era stato utilizzato per la condanna di Dreyfus nel 1894 dal Consiglio di guerra, che in Camera di consiglio aveva mostrato dei documenti ignorati dall’accusato e dal suo difensore, e, come nella seduta alla Camera aveva dichiarato Cavaignac, fra questi si trovava anche la lettera che iniziava con le parole “cette canaille de D...”. Bernasconi concludeva scrivendo che per le persone spassionate ed aliene da ogni opinione preconcetta, non si trattava di sapere se il relegato nell’Isola del Diavolo fosse o no colpevole, quanto di conoscere se fu o non fu condannato legalmente.

Tra le recentissime telegrafiche il 12 luglio si dava notizia dell’avvenuto arresto del colonnello Picquart; il Consiglio dei ministri aveva deciso di processarlo insieme con l’avvocato Louis Leblois con l’accusa di divulgazione di segreti di Stato[65]. In seguito fu interrogato dal giudice istruttore Fabre[66]; in tale occasione si procedette allo spoglio delle carte sequestrate al domicilio del colonnello. Nello stesso giorno fu arrestato anche il maggiore Esterhazy [67]. L’accusa era di falso e uso di documenti falsi; avrebbe inviato, con la complicità dell’amante, Margherita Pays, delle lettere anonime a Picquart quando era in Tunisia per sviarlo dalle indagini, firmando le lettere Blanche ed Esperance [68].  

Il maggiore fu sottoposto ad interrogatorio il 15 luglio; il generale Gonce gli avrebbe fornito vari particolari riguardanti le inchieste che Picquart stava conducendo, di questi fatti sarebbe stato a conoscenza anche il colonnello Henry, membro del controspionaggio francese [69].

Il 29 luglio il giornale diede notizia della querela sporta dall’avvocato Fernand Labori in nome del colonnello Picquart contro il comandante Du Paty, addetto del ministero della guerra, come complice nella compilazione dei dispacci falsi[70]. Il giudice istruttore aveva dichiarato che la sua competenza riguardava solamente il messaggio firmato Esperance e non quello Blanche. Per quanto riguardava il primo, vi erano degli elementi che provavano la partecipazione di Du Paty, infatti, alcune informazioni di cui poi fece pubblicità Esterhazy non potevano che essergli state fornite da un addetto al ministero della guerra.

Il 31 agosto la prima pagina si apriva con l’avvenuto arresto del colonnello Henry [71]. Il ministro Cavaignac aveva condotto un’inchiesta completa sull’affare Dreyfus riunendo tutti i documenti e sottoponendoli ad attento esame per giudicarne l’attendibilità. Tutti reputati autentici, tranne quello in cui un addetto militare di un’ambasciata estera scriveva ad un altro ufficiale straniero (l’addetto militare italiano Alessandro Panizzardi al suo omologo Maximilien Von Schwarzkoppen).

Fu notata una differenza fra un tipo di carta e l’altro, in cui compariva l’iniziale D. Il ministro Cavaignac interrogò il colonnello Henry, per mezzo del quale il documento era giunto al servizio d’informazioni; costui in un primo tempo ne sostenne l’autenticità, ma poi cedette e ammise la falsificazione. La discussione sul comportamento di Henry continuò alla Camera, infatti, alcuni ministri ritenevano la revisione del processo Dreyfus necessaria; Cavaignac stesso era deplorato per il tono deciso con cui aveva affermato l’autenticità delle lettere. Il ministro replicò che la colpevolezza di Henry non implicava necessariamente l’innocenza dell’ex capitano, quindi rimaneva contrario alla revisione.

Il giorno successivo il giornale aprì la prima pagina con la notizia del suicidio del colonnello Henry[72]; il fondo era del direttore Domenico Oliva[73] e argomentava che, nella lotta intrapresa fra la verità e la menzogna, uno dei partecipanti era perito volontariamente per mano della sua colpa [74]. I capi dell’esercito non avrebbero più potuto liberarsi dell’immagine del suicida e dell’ex capitano Dreyfus, su cui immeritatamente era caduta tanta infamia. Con la morte del colonnello era possibile che il popolo francese riuscisse a liberarsi della sua cecità, poiché costui si era portato nella tomba il suo errore. Il momento che la Francia doveva affrontare era molto difficile, la fiducia che il Paese aveva riposto nei supremi capi dell’esercito era miseramente caduta: uomini che avrebbero dovuto dedicarsi alla salvezza della patria in caso di guerra erano invece intenti a stendere trame di calunnie e di falsità; i ministri che avevano più volte ribadito la colpevolezza di Dreyfus agitavano documenti falsi costruiti da mani delittuose per ingannare la giustizia e la nazione. Nonostante l’abitudine della stampa francese a deridere l’Italia, quest’ultima doveva condividere il cordoglio della Francia e ci si augurava che trovasse nella sua tradizione e nella sua coscienza la forza d’uscire trionfalmente e rapidamente dalle angustie in cui l’aveva posta il destino.

Bernasconi scriveva che i fatti incalzanti accaduti - l’arresto e il suicidio del colonnello Henry, le dimissioni dei generali Gonce e Boisdeffre - gettavano luce su tutti i retroscena dell’affare Dreyfus[75]. Il documento falsificato da Henry era apparso nel processo contro Emile Zola, presentato dal generale Pellieux che gli aveva attribuito una valenza probatoria straordinaria, poi suffragata dal generale Boisdeffre. Il falso arrivò alla sezione del controspionaggio dopo che Picquart aveva lasciato l’incarico, una stranissima coincidenza. Quindi la persona interessata a perpetuare l’errore giudiziario, Esterhazy, aveva dei forti sostegni all’interno dello Stato Maggiore.

I personaggi coinvolti costituivano il gruppo che aveva condotto alla condanna di Dreyfus, alla guida del quale era il defunto colonnello Sandherr, “un sinistro maniaco” morto di paralisi cerebrale, che aveva dato ampi saggi del più cieco e del più furioso odio per gli ebrei. Quando iniziarono le prime fughe d’informazioni, il colonnello Sandherr ebbe la ferma convinzione che il colpevole doveva essere ebreo, e lo identificò subito in Dreyfus, il primo ufficiale israelita nello Stato Maggiore. Il sentimento d’odio sopravvisse alla morte del generale nell’animo dei suoi collaboratori, che considerarono la condanna infame del capitano come un trionfo per il controspionaggio. I sospetti non potevano fermarsi ad Henry e alle sue macchinazioni, dati i comportamenti ambigui e contraddittori dei generali Gonce e Pellieux.

La maggior parte dei quotidiani francesi richiedeva la revisione del processo; il “Figaro” s’interrogava se, dopo aver visto la Camera fallire nell’accertamento della verità e l’intero Stato Maggiore coinvolto in trame oscure, fosse ragionevole pensare ad un Consiglio di guerra come incensurabile [76]. L’ “Echo de Paris”, uno dei primi giornali a dichiarare che l’affare Dreyfus si era chiuso definitivamente nel 1894, cambiò parere e giudicò indispensabile la revisione [77]. Il “Journal” e “L’Autoritè” notavano come la situazione si fosse completamente modificata, era doveroso che le autorità giudiziarie ne prendessero atto[78].

L’unico personaggio che non ammetteva la revisione era Cavaignac; come riportava il “Figaro”, il ministro continuava ad affermare che la colpevolezza di Dreyfus non poteva essere messa in discussione, poiché si basava sul vero incartamento[79]

Il collaboratore del “Corriere della Sera” che si firmava I.R. notava come nell’affaire una luce mutevole delineasse stranamente le fisionomie degli uomini, delle cose, delle istituzioni e delle idee, falsandone all’apparenza il carattere e la portata, come se le polemiche avessero avuto la forza di avvelenare e corrompere le coscienze[80]. Uno di questi casi riguardava appunto Cavaignac, contro il quale, per aver il 7 luglio alla Camera riaffermato la legittimità della condanna di Dreyfus, i giornali revisionisti iniziarono un’aspra campagna. Secondo il giornalista, nonostante la ferma convinzione nella colpevolezza di Dreyfus, Cavaignac agiva nell’interesse della verità, poiché appena ebbe dei dubbi sul documento presentato da Henry, lo interrogò, lo fece confessare e quindi arrestare, fece destituire Esterhazy ed accolse le dimissioni di Boisdeffre. L’azione di Cavaignac era improntata ad una rigida lealtà, che rompeva finalmente la tradizione delle porte chiuse e degli oscuri sottintesi, seguita dai precedenti governi. Attorno a lui non si erano raccolte solamente le simpatie dell’esercito francese, ma anche del campo opposto, era l’uomo che affrontava il tenebroso enigma, che si proponeva di trovarne finalmente l’ignorata parola.

L’articolo si concludeva con un pensiero di Zola; in un futuro non precisato il seggio presidenziale sarebbe andato all’uomo che avesse restaurato l’onore e la pace pubblica, facendo piena luce sul caso Dreyfus. Poiché tutti erano al corrente delle ambizioni presidenziali di Cavaignac, si poteva dedurre che quest’ultimo ne avesse raccolto l’invito.          

Nonostante le aspettative del giornalista, il ministro Cavaignac diede le dimissioni il 4 settembre, perché il Consiglio dei ministri avrebbe potuto giudicare opportuna la revisione del processo Dreyfus [81]. Secondo Bernasconi le dimissioni dell’ex ministro della guerra erano dovute soltanto al suo eccessivo orgoglio[82].

Nello stesso giorno Lucie Dreyfus presentava una nuova domanda di revisione al ministro della giustizia Sarrien [83], ma il governo francese aveva già riconosciuto la necessità della revisione del processo; non si proponeva l’annullamento del verdetto del 1894 per vizio di forma o illegalità, bensì la revisione completa [84].

Il cammino intrapreso per arrivare alla liberazione di un innocente era difficile[85]; l’affaire aveva contrapposto e unito gli schieramenti politici più disparati. Si annunciava la ripresa di una nuova violenta campagna sulla stampa francese. La revisione era stata negata per molto tempo, e la sua concessione era avvenuta per motivi politici, ciò significava che il processo era uscito dall’ambito di un procedimento comune, per entrare nella gran luce di un pubblico dibattimento. Non la sola responsabilità del deportato dell’Isola del Diavolo ma anche quella dello Stato Maggiore sarebbe stata vagliata[86]

Per il “Petit Parisien” tutti gli uomini senza partito preso non potevano che approvare la decisione del ministero, la quale consisteva non nell’affermare l’innocenza o la colpevolezza di Dreyfus, bensì nel riaprire l’incartamento e nel trasmetterlo all’autorità giudiziaria[87]. “L’Aurore” ribadiva che la via verso una conclusione definitiva era lontana, e gli ostacoli maggiori sarebbero nati dalle alte sfere politiche, tra cui il presidente della repubblica francese Felix Faure.

Jean Jaurés, futuro presidente francese, nella socialista “Petite Republique”, scriveva di voler rilevare dai fatti odierni che la decisione presa dal potere repubblicano onorava la Francia davanti al mondo.[88]

La stampa inglese si soffermava prevalentemente sul momento storico che la nazione stava vivendo; il “Daily Telegraph” giudicava incomprensibile il comportamento d’ostinata caparbietà delle alte sfere militari[89]; il “Daily Graphic” scriveva che fosse Dreyfus innocente o colpevole, non era una questione di pertinenza inglese, ma non si poteva rimanere indifferenti se i vicini persistevano in una negazione di giustizia che interamente minacciava lo stato politico e sociale della Francia.[90]

Invece “L’Autoritè” scriveva che qualunque cosa fosse avvenuta della revisione o di qualunque altro mezzo, abbastanza immondizie erano state lanciate sull’armata e sulla bandiera. Occorreva che ciò avesse una fine[91]. Sia il “Gil Blas” che il “Jour” argomentavano che la notizia della possibile revisione del processo segnava una tappa negativa nella storia della nazione, vi sarebbe figurata triste per la democrazia, per il parlamentarismo, per l’orgoglio nazionale e triste per le sue conseguenze.[92].

Con un articolo non firmato si rispondeva indirettamente al “Temps” che aveva alluso ai pericoli della revisione[93]. Si escludevano eventuali complicazioni nelle relazioni con paesi esteri, poiché l’unico esperto competente, il ministro degli esteri, partecipando al Consiglio dei ministri, non aveva parlato affatto della sua pericolosità per la sicurezza nazionale. Un altro pregiudizio era che si sarebbe offeso o urtato l’esercito: ma le irregolarità del 1894 e le conseguenze legali dei documenti falsi erano pertinenza dei giudici, non dei militari.

Dopo la sostituzione di Cavaignac con Brisson al ministero della guerra, i giornali avversi a Dreyfus titolavano affare terminato, ma per Bernasconi non era così: solo adesso iniziava a muoversi verso la soluzione indicata dal diritto e dalla giustizia.[94] I tanto temuti sconvolgimenti pubblici per la revisione del processo non ci sarebbero stati. Molti giornali si erano pronunciati favorevolmente, la via legale nella quale era entrato l’affare avrebbe dovuto troncare o sospendere le polemiche rabbiose. Tuttavia, gli avversari della verità continuavano ad inventare nuove menzogne, a fabbricare nuovi documenti falsi, a ritenere giustificabile il comportamento del colonnello Henry per condannare un uomo innocente. L’intero procedimento cui era stato sottoposto Dreyfus non si era basato sulla legalità. Ai giudici erano stati sottoposti dei documenti falsi, altri documenti a prova della colpevolezza del condannato erano stati menzionati dall’ex ministro della guerra Cavaignac, prove misteriose che non avevano una provenienza chiara.

Il Consiglio dei ministri deliberò di inviare il dossier alla Corte di Cassazione[95].  Alla fine d’ottobre dello stesso anno, il giornale pubblicò il discorso del relatore davanti alla Cassazione riguardante l’affare[96]; nella prima parte del suo intervento il relatore Bard riepilogò l’iter processuale seguito, accennando al processo Esterhazy, accusato da Mathieu Dreyfus di falso, e al suicidio del colonnello Henry. Costatava che il Bordereau fu portato da Henry al generale Gonce come proveniente da un agente segreto del ministero, inoltre lesse una lettera di Esterhazy ad un ignoto, nella quale domandava se vi era sicurezza dei periti, altrimenti avrebbe dichiarato che il Bordereau fu ricalcato sulla sua scrittura. Il falso di Henry e il suo suicidio distruggevano l’accusa contro Dreyfus, poiché, se i documenti del 1894 fossero stati sufficienti per suffragarne la colpevolezza, non sarebbe stato necessario fabbricarne altri.

Le falsificazioni del colonnello erano sufficienti per rivedere il processo, anche se persistevano altre problematiche, come una lettera di Esterhazy in cui ringraziava un ignoto destinatario per averlo salvato. Il relatore chiese alla Corte di procedere alla revisione e ad un’inchiesta suppletiva se ciò fosse ritenuto opportuno[97].

Il procuratore generale Manau deplorò la trasformazione di un caso giudiziario in una questione politica, la Corte doveva necessariamente rimettere le cose al loro posto[98]. Non si poteva riabilitare Dreyfus per mezzo della Cassazione. Ciò sarebbe stato possibile se egli fosse morto, ma era vivente; quindi era d’obbligo procedere altrimenti, avendo il colonnello Henry deposto il falso durante il processo del 1894, la sua contraffazione avrebbe provato l’innocenza del condannato.

La perizia calligrafica eseguita era inesatta, ci si domandava poi se i periti scoprirono veramente che il Bordereau era composto di lettere ricalcate, ovvero se questa idea fu loro suggerita. La questione era gravissima, vista la brutta copia della lettera di Esterhazy ad un ignoto, in cui scriveva: “se non siete sicuro dei periti, dovrò dichiarare che la mia scrittura fu decalcata nel comporre il Bordereau[99]. L’affare Dreyfus sarebbe già terminato se Esterhazy avesse confermato la paternità del Bordereau, azione che era intenzionato a fare solo dietro compenso in denaro. Manau ricordava che i partigiani della revisione erano accusati di tradimento della patria, ma era tempo di disprezzare simili accuse. Terminando l’intervento, chiedeva alla Corte di sospendere la pena che Dreyfus scontava.

Il “Figaro” riproduceva interamente la relazione di Bard, che destò una grande impressione, rallegrando i partigiani della giustizia ed esasperando i nazionalisti, gli antisemiti e compagni, i quali tra le solite escandescenze, erano però costretti a confessare che la revisione era inevitabile[100]. Dopo il suicidio del colonnello Henry, la gente più spassionata riconosceva necessaria la revisione. Inoltre la Cassazione poteva ingannarsi, ma se essa produceva documenti discutendoli in pubblico, tutti ne avrebbero potuto giudicare l’operato.

Era la prima volta che in Francia la verità sul caso Dreyfus era dichiarata non da una delle parti contendenti, ma da chi per elevatezza dell’ufficio era superiore al sospetto[101], scriveva I.R. Dopo aver visto alterare la realtà sotto il pretesto del bene pubblico, adesso due altissimi magistrati asserivano la verità senza essere condizionati. La loro parola rappresentava, oltre che un atto di coraggiosa integrità, un austero richiamo alla necessità di far rientrare nella vita normale i pubblici poteri.[102]. I generali, con la loro ostinata campagna contro la verità, avevano compromesso il prestigio del Paese, esponendolo alle acerbe censure di tutto il mondo civile; i magistrati, insorgendo contro la falsità e le enormità di quell’inaudita parodia giudiziaria, avevano salvato l’onore della Francia.

Il giorno successivo, dopo la relazione dell’avv. Mornard, legale della famiglia Dreyfus, la Corte deliberò che fosse fatta una nuova inchiesta, ma non ordinò la sospensione della pena come richiesto dal procuratore generale Manau[103].

Alla metà di novembre dello stesso anno, la Cassazione avvertì il ministro delle colonie che Dreyfus doveva essere informato, con il mezzo più rapido, della domanda di revisione ed era invitato a presentare i suoi mezzi di difesa.[104]. Per quanto concerneva la stampa, “L’Aurore”, il “Rappel” e il “Figaro”, commentavano positivamente la sentenza della Cassazione e si meravigliavano del clamore suscitato alla Camera[105]; mentre giornali come “L’Intransigeant”, “L’Autoritè”, “La Libre Parole” ribadivano la loro posizione fortemente contraria alla decisione della Cassazione.

Secondo Bernasconi coloro che si erano eretti a difensori dell’onore dell’esercito non avevano lo stesso rispetto per la magistratura e trattavano i consiglieri come criminali venduti alla Germania[106]. L’esigenza della Cassazione di informare Dreyfus corrispondeva ai canoni di legge; era necessario che l’accusato fosse interrogato, era inconcepibile un’istruzione giudiziaria senza l’intervento dell’imputato. L’atto della Cassazione aveva indispettito coloro che speravano nella morte di Dreyfus, dato il suo stato di prostrazione morale, prima che l’inchiesta fosse conclusa. Ogni giorno Corti d’appello e Corti di Cassazione provvedevano a modificare sentenze, e ciò non provocava nessun clamore. Diversamente avveniva nel caso di una Corte di Cassazione che aveva il coraggio di riformare o annullare la sentenza di un Consiglio di guerra. 

Agli inizi di gennaio del 1899, l’ex ministro Chanoin fu delegato alla revisione. Egli avrebbe avuto una parte considerevole nell’inchiesta, poteva vedere le deposizioni già fatte e far conoscere le rettifiche che gli sembravano più opportune, con nuove testimonianze e confronti[107]

Il giornale dava notizia che il presidente della Corte di Cassazione Quesnay de Beaurepaire aveva presentato le dimissioni al guardasigilli[108]; l’ex presidente della sezione di Cassazione non aveva rilasciato interviste, e per questo sui giornali circolavano le più disparate supposizioni[109]. Secondo dichiarazioni fatte all’ “Echo de Paris”, ma non confermate, il conflitto sarebbe nato quando come relatore fu scelto Bard e non lui, che era il più anziano. Tale scelta era dettata dal fatto che Bard era un dreyfusista. Il “Temps” argomentava, di fronte a queste rivelazioni, che Beaurepaire adduceva contro i colleghi solo fatti esterni e minuti non concernenti l’affare[110].

In seguito il giornale pubblicò un resoconto di una seduta alla Camera in cui furono discusse le rivelazioni di Beaurepaire. La seduta fu molto agitata, tra disordini e continue interruzioni agli interventi dei deputati[111]. Riportava dal “Figaro” che i deputati giudicavano severamente la condotta di Beaurepaire, e che su tutti i banchi, compresi quelli di destra, si manifestavano sentimenti di disprezzo a suo riguardo, e nessuno per difenderlo.[112] 

Bernasconi notava come, dal momento che la campagna di revisione era iniziata, i tentativi per sviare la verità fossero stati quotidiani. Era pensabile che la concitazione presente all’inizio finisse, ed invece, tutti coloro che erano contrari a questo atto di giustizia scoprivano l’uomo adatto in Quesnay de Beaurepaire, smanioso di accedere ad alte cariche, di farsi pubblicità [113]. Le sue rivelazioni erano dettate dal desiderio di vendetta; infatti, durante lo scandalo di Panama, quando ricopriva la carica di capo della procura, lasciò passare i termini della prescrizione senza fare nulla contro i grandi imprenditori che avevano guadagnato somme molto elevate, privando in questo modo i portatori dei titoli della possibilità di avere un risarcimento anche morale. Citato a comparire davanti alla commissione d’inchiesta della Camera, rifiutò di deporre, adducendo la separazione dei poteri. La Camera non accettò questa presa di posizione e fece affiggere in tutti i comuni il discorso del deputato Viviani in cui Beaurepaire era pesantemente criticato.  Il Consiglio superiore della magistratura evitò di infliggere delle pene ad un collega, anche se certi magistrati lo attaccarono.

Secondo “Le Matin”, la Corte di Cassazione non avrebbe pronunciato un’assoluzione formale, ma steso un rapporto probante l’estraneità di Dreyfus al tradimento. L’autorità militare avrebbe dovuto cercare il vero colpevole, dopo averlo dichiarato innocente[114].

La Cassazione avrebbe esaminato anche un ulteriore dossier, quello diplomatico, che, secondo il “Rappel” conteneva dispacci scambiati fra il ministro degli esteri francese e gli ambasciatori della Repubblica a Berlino e a Roma, relativamente alla possibilità di un conflitto con una potenza straniera a proposito dell’affare Dreyfus[115]. Il dossier diplomatico doveva contenere molti documenti, i primi datavano dal dicembre 1894. Vi era anche un colloquio con il conte Munster, ambasciatore di Germania e con il ministro Dupuy, che dirigeva l’interim degli esteri, essendo Gabriel Hannotaux assente. Vi erano inoltre diverse dichiarazioni di governi esteri, fra cui una dell’ambasciatore italiano Tornielli a Gabriel Hannotaux, infine un dispaccio di Alessandro Panizzardi che negava di aver avuto contatti con Dreyfus[116]. Per quanto riguardava tali documenti, il “Kleine Journal” scriveva che la Cassazione aveva costatato l'avvenuta falsificazione di numerosi incartamenti dell’ambasciatore italiano Tornielli, di Alessandro Panizzardi e del governo italiano. Inoltre, da tutti i documenti la parola “non” che doveva dimostrare l’innocenza di Dreyfus era stata omessa. Secondo il giornale tali falsificazioni erano opera dello Stato Maggiore, e il ministro degli esteri ne era completamente estraneo[117]

Il maggiore Esterhazy era citato dalla Cassazione a comparire come testimone e per questo motivo il suo avvocato rinnovò la richiesta di un salvacondotto[118]. In seguito, furono pubblicate alcune sue memorie, scritte per un editore di Londra, in cui continuava ad incolpare Dreyfus di tradimento e Picquart di falsificazione con riferimento al Petit-bleu [119].

Per quanto concerneva la questione del salvacondotto, il governo lo autorizzò a recarsi a Parigi. Non si trattava prettamente di un lasciapassare, ma di una dichiarazione che non sussistevano a suo carico ordini di arresto o di comparizione[120]. Il presidente della Camera criminale della Corte segnalò al ministro guardasigilli l’importanza, per il processo di revisione, della deposizione, che non fu resa pubblica.

Il giornale riferiva anche dell’inchiesta aperta sulle rivelazioni fatte da Beaurepaire; secondo “L’Intransigeant” la relazione d’inchiesta esigeva il rinvio dei consiglieri Bard e Dumas davanti ad un Consiglio di disciplina. Si sollecitava inoltre un biasimo contro il presidente della Corte criminale Loew e il procuratore generale Manau, con le relative conseguenze disciplinari[121].

In seguito il Consiglio dei ministri decise di presentare un progetto di legge alla Camera secondo cui gli affari di revisione dovevano essere giudicati da tutte le sezioni della Cassazione riunite ogni qual volta la Camera criminale, dopo aver ammesso la ricevibilità, avesse deciso di procedere all’inchiesta preparatoria con una commissione di almeno tre membri[122]. Secondo indiscrezioni, tale progetto avrebbe avuto una debole maggioranza alla Camera, ma sarebbe stato respinto al Senato. Inoltre, si assicurava che il progetto di affidare alle Camere riunite della Corte di Cassazione la revisione del processo Dreyfus non avrebbe provocato le dimissioni di nessun membro della Camera criminale; in ogni caso, anche se uno o due consiglieri si fossero dimessi, ciò non avrebbe modificato la situazione poiché l’inchiesta relativa alla revisione sarebbe continuata. Conclusa, sarebbe stata sottoposta alle Camere riunite della Cassazione, qualora il progetto del governo fosse approvato.    

Il progetto di legge sulla Cassazione fu modificato; invece di attribuire la revisione dei processi alle sezioni riunite solo quando la sezione criminale avesse fatto condurre l’inchiesta a più di tre membri, il progetto attuale accordava la decisione finale all’intera Corte in qualsiasi caso[123].  Nonostante il clima fosse molto teso e vi fossero alla Camera molti contrasti, i giornali francesi credevano che sarebbe stato approvato[124].

Sul procedimento aperto in Cassazione per il processo Dreyfus, la Camera francese dispose di deferire l’esame alla Corte d’appello a sezioni riunite [125]. Successivamente il giornale pubblicava la notizia che l’inchiesta della Cassazione era terminata [126], con il voto favorevole alla Camera per il passaggio alla Corte d’appello a sezioni riunite, mentre la chiusura dell’istruttoria fu protratta fino all’11 febbraio [127].

Come relatore per la domanda di revisione, la Cassazione designò Ballot- Beauprè, presidente della sezione civile, successore di Beaurepaire. Il rapporto sarebbe stato pronto per la metà d’aprile; i due volumi dell’inchiesta furono distribuiti a ciascun consigliere lo stesso giorno[128].  La Cassazione si sarebbe riunita dopo dieci giorni per decidere se fissare o meno un supplemento d’inchiesta, e stabilire la data per lo studio del dossier segreto[129].

La prima udienza della Cassazione si tenne nella seconda metà di marzo: fu esaminata la domanda dell’avvocato Mornard, rappresentante della famiglia Dreyfus, perché fossero esclusi dalle discussioni tre consiglieri facenti parte della commissione consultiva, ai quali Sarrien, guardasigilli del ministero Brisson, sottopose in esame la domanda per la revisione prima ancora di presentarla alla Cassazione[130]

Il 27 maggio il procuratore Manau acquisì la relazione completa del consigliere Ballot- Beaupré, favorevole alla revisione e all’invio del processo Dreyfus ad altro Consiglio di guerra[131].

Il 29 maggio la Corte d’appello a sezioni riunite iniziò l’esame per la convocazione di una nuova Corte marziale. Ballot- Beaupré espose il contenuto del rapporto: la prima parte concerneva l’arresto di Dreyfus e l’istruttoria condotta da Du Paty; la seconda riguardava la sentenza giudicata illegale poiché il documento contenente la frase “Quella canaglia di D..” non si riferiva all’imputato e inoltre fu mostrato esclusivamente ai giudici. Il ruolo avuto da Du Paty e da Henry nella vicenda era particolarmente indicativo: infatti, non solo ostacolarono le indagini del colonnello Picquart, ma falsificarono anche documenti. Bernasconi scriveva che il rapporto aveva una valenza prettamente impersonale [132], che il relatore aveva riunito insieme tutti i documenti dell’inchiesta e quindi poteva apparire - per chi non poteva ascoltarlo o leggerlo senza interruzioni - talvolta dreyfusiano e altre volte no; quest’impressione riguardava soprattutto i corrispondenti esteri aventi resoconti stenografici redatti in modo imperfetto e confuso, perciò molti attribuivano al relatore opinioni che non gli appartenevano. Nella seconda giornata, Ballot- Beaupré discusse il valore tecnico del Bordereau, che per le indicazioni contenute poteva essere redatto da qualunque ufficiale, anche non appartenente allo Stato Maggiore; ed identificava l’autore in Esterhazy[133], e per questo chiedeva la revisione. Al termine della requisitoria, il procuratore generale Manau notava come, dopo le calunnie e le menzogne, l’affare Dreyfus si avviasse verso una conclusione logica, nell’interesse dell’esercito, liberatosi da falsari che ne compromettevano l’onore e la reputazione [134]. Si soffermò in particolare sul Bordereau, giudicato da personalità autorevoli scritto da Esterhazy, data anche la comparazione eseguita fra la scrittura di quest’ultimo e quella di Dreyfus.

Dopo questa attribuzione, non era possibile assolvere immediatamente l’ex capitano, poiché vi fu in ogni caso un reato di tradimento, ma si poteva utilizzare la prova per scagionarlo completamente[135]. Ci si domandava se vi fu un vero reato di tradimento, in altre parole consegna di materiale molto importante per la difesa nazionale, o piuttosto una mostruosa truffa commessa dall’autore del Bordereau verso il suo corrispondente straniero. Il procuratore generale si dichiarava per la revisione, e non per l’annullamento della sentenza del 1894, poiché Lucie Dreyfus nel ricorso la richiedeva espressamente. Per quanto concerneva Du Paty e Henry, il procuratore giudicava il primo come il vero manipolatore del processo, l’altro un falsario.

Nei giorni successivi, Esterhazy ammise, in un’intervista con “Le Matin”, di essere l’autore del Bordereau, e di aver agito su ordine dei superiori[136].

Date le nuove rivelazioni, Bernasconi cercava di ricostruire la storia dell’affare[137]: si erano avuti dei sospetti contro Dreyfus tali da ispirare quasi la certezza che avesse tradito, forse perché si voleva rimarcare il prestigio dell’ufficio controspionaggio dell’esercito, che costava al bilancio del ministero della guerra più di quanto rendesse; forse, egli osservava con una battuta un po’ enigmatica, perché si pensava che anche l’amore patrio esigesse un delitto per colpire un altro delitto; forse per antisemitismo; forse per qualche altra ragione oscura; comunque, si pensò di dar corpo ai sospetti contro Dreyfus mediante un documento che potesse essere la base dell’accusa. Così nacque il Bordereau. Esterhazy sarebbe stato un semplice strumento. Ma per Bernasconi, la sua posizione e il suo ruolo non erano quelli di una vittima solo perché affermava di aver agito su ordine del colonnello Sandherr, che per di più era morto: era chiarissimo che aveva tradito il suo Paese.

Il 4 giugno fu data la notizia della sentenza della Cassazione per la revisione e il rinvio ad un altro Consiglio di guerra [138]. Bernasconi si focalizzava sugli aspetti giuridici della vicenda e prevedeva gli avvenimenti che sarebbero seguiti alla certa assoluzione di Dreyfus, la reintegrazione nell’esercito e il risarcimento per i danni subiti[139]. Un altro articolo importante fu scritto dal direttore, Domenico Oliva, che notava come la verità tenuta sotto terra con qualsiasi mezzo, acquisiva una forza così grande da esplodere. Come lo stesso Zola aveva scritto nella lettera - accusa del 13 gennaio 1898[140]: un’invocazione della giustizia apparsa isolata allora, ma adesso che il clima in Francia era mutato, trionfante.

Il processo di Rennes si tenne per la maggior parte a porte chiuse, le poche udienze pubbliche riguardavano le generalità dell’imputato e questioni tecniche minori[141]. Fra i vari articoli scritti nell’occasione[142], Bernasconi si soffermò sul grande clamore suscitato in tutti i partiti, sia religiosi[143] sia politici.  Fra questi ultimi, il partito socialista francese era quello che più vedeva nella proclamazione dell’innocenza di Dreyfus la sua vittoria sul militarismo. I socialisti parlavano di vittorie esclusive del collettivismo sopra tutti gli istituti, anche i più sani e i migliori dell’ordinamento sociale. Tuttavia, durante l’intera vicenda, tutte le persone interessate alla giustizia avevano sempre proclamato che l’esercito, rendendo giustizia ad uno dei suoi ufficiali, sarebbe uscito purificato e più forte di prima nella coscienza delle masse. Se il processo di Rennes si fosse concluso con un’assoluzione, non sarebbe stata la vittoria di un partito, ma di tutte quelle persone che lottarono per questo, come i senatori Auguste Scheurer-Kestener e Ludovic Trarieux[144]. Il corrispondente concludeva affermando che Dreyfus fu vittima di un sentimento di antisemitismo. Come vi furono uomini cattolici contrari all’ideologia antisemita cui aderì il partito cattolico, così vi furono borghesi che lottarono per la causa di Dreyfus, la giustizia non era il monopolio di un partito.

Nonostante fosse uno dei protagonisti, Esterhazy non prese parte al procedimento giudiziario. In una lettera, pubblicata dal giornale il 10 agosto, egli affermava di non poter presentarsi date le sue scarse risorse economiche [145]. L’ex maggiore definiva il Consiglio di guerra illegale e pronto ad assolvere Dreyfus.

In una corrispondenza successiva, Bernasconi espose la suddivisione del dossier segreto: la prima parte conteneva documenti relativi agli atti di spionaggio concernenti l’affare Dreyfus; la seconda incartamenti definiti di “paragone”; l’ultima comprendeva atti dubbi, come il falso redatto dal colonnello Henry[146].

Nessuno dei giornalisti era al corrente nei minimi dettagli di che cosa trattassero quei documenti. Si seppe però che il generale Chamain, rappresentante dello Stato Maggiore, non discusse mai l’autenticità o meno di tali prove, e si limitò a specificare a quali circostanze si riferivano.

Molto importante fu un articolo, non firmato ma che probabilmente può essere attribuito al direttore, pubblicato in prima pagina il 30 agosto. Si rispondeva alle affermazioni del “Journal des Debats”, secondo il quale la stampa europea riteneva Dreyfus innocente senza aspettare l’esito del processo[147]. Il giornale in questione non poteva tenere conto solo delle testimonianze rese in tribunale, ma doveva considerare anche quelle dei governi, dei generali e degli ambasciatori. La stampa europea non poteva dubitare delle dichiarazioni del governo tedesco e di quello italiano, di non aver avuto contatti con l’ex capitano. I due governi non avevano alcun atteggiamento persecutorio o ispirato al complotto, bensì vi era alla base un vivo interesse per la causa di un uomo che molti giudicavano innocente. Il processo non poteva non destare vivissimo interesse in tutto il mondo, poiché vi fu un’ingiustizia compiuta con forme legali. 

Il 9 settembre fu pubblicata la notizia della nuova condanna dell’ex capitano Dreyfus.

In un fondo apparso in prima pagina Bernasconi scriveva che, nonostante le prove addotte suffraganti l’innocenza dell’ex capitano e gli intrighi dello Stato Maggiore francese [148], i giudici di Rennes si erano macchiati di un delitto. Condannavano un innocente, e per salvare la loro coscienza dai rimorsi consideravano doppi i cinque anni passati dall’ex capitano all’Isola del Diavolo, dimezzando sostanzialmente la nuova pena di dieci anni di detenzione. I giudici erano consapevoli dell’errore giudiziario commesso e nemmeno le esigue circostanti attenuanti potevano cancellarlo.

Come riportava il giornale, ci furono varie dimostrazioni a Parigi quando la notizia della nuova condanna fu comunicata al pubblico; la circolazione sopra i Boeulevards era resa impossibile dal grande affluire di folla, fu necessario l’intervento degli agenti per evitare disordini [149]. Per “Le Matin” la sentenza era incomprensibile, non riusciva a pronunciare certamente la colpevolezza o l’innocenza di Dreyfus; infatti, i giudici si erano trovati nell’imbarazzante situazione di dover rendere giustizia all’imputato e di non poter sconfessare i capi dell’esercito[150]. Le polemiche non avrebbero avuto fine, all’interrogativo se Dreyfus era colpevole o meno, i giudici rispondevano Può darsi.  Per Il “Siècle” di Ivees Guyot l’opera di revisione sarebbe continuata, nonostante la sentenza del tribunale. “La Petite Republique” e “La Lanterne”, rispettivamente tramite Jaurès e Viviani, scrivevano che la loro opera per una vittoria definitiva della giustizia non sarebbe venuta meno. Per quanto concerne altri giornali italiani, possiamo notare che “La Tribuna” aveva dei toni molto duri nei confronti del Consiglio di guerra, e la nuova sentenza era definita un delitto[151]. Secondo il “Popolo Romano”, il processo portava alla luce lacune e dubbi, poiché molti documenti non trovavano riscontro o erano completamente ignorati. Per il “Don Chischiotte”, il nuovo giudizio era ignominioso, poiché non potevano concedersi delle attenuanti ad un soldato che si fosse macchiato di tradimento. Anche a Milano l’attesa per il risultato del processo fu febbrile; il “Corriere della Sera” uscì in edizione straordinaria e fu difficile esaudire tutte le richieste delle rivendite [152]. La reazione alla sentenza fu unanime, gli studenti presenti la ritenevano un’infamia.

In Francia, la stampa contraria a Dreyfus accolse la sentenza con l’esaltazione dell’operato dei giudici. Ma quando il verdetto fu reso noto, scontentò tutte le parti, data la sua ambiguità. In ogni modo, i giornali antidreyfusiani per rendere il risultato del processo un loro trionfo, misero delle bandiere ai balconi e li illuminarono con delle lampade [153].

Sotto l’aspetto prettamente giuridico, era ipotizzabile che Dreyfus fosse immediatamente scarcerato, poiché, il periodo nell’Isola del Diavolo poteva essere computato doppio [154]. Un’altra questione riguardava se il suo ricorso sarebbe stato esaminato dal Consiglio di revisione militare o dalla Cassazione. La concessione della grazia a Dreyfus, secondo Bernasconi lo restituiva alla famiglia e alla società, ma l’offesa alla giustizia sarebbe rimasta.[155]

Nell’aprile del 1903 il leader socialista Jean Jaurès ripresentò la questione all’attenzione del parlamento. Quattro anni prima esisteva a carico dell’ex capitano una prova schiacciante, cioè la missiva dell’imperatore tedesco al suo ambasciatore a Parigi: “Spedite al più presto possibile i documenti indicati e fate in modo che quella canaglia di Dreyfus si affretti” [156]. Si trattava di un falso, poiché era inconcepibile l’imprudente comportamento dell’imperatore tedesco, che lo avrebbe scritto e firmato. Questo falso fu redatto dal colonnello Henry, poi suicidatosi, in accordo con lo Stato Maggiore. Jaurès chiedeva l’apertura di un’inchiesta. Durante la seduta espose una lettera datata 31 agosto 1899 del generale Pellieux, che scriveva di non poter lavorare più efficientemente, poiché i suoi superiori - si faceva diretto riferimento allo Stato Maggiore- gli sottoponevano dei falsi, quindi chiedeva di essere collocato a riposo.

A queste affermazioni Cavaignac, all’epoca dei fatti ministro della guerra, fece notare la scarsa importanza del documento. Inoltre, la lettera era di pubblico dominio, poiché pubblicata dal “Gaulois”; ma per Jaurès la pubblicazione non fu integrale e non lo dispensava dall’informare l’allora presidente del Consiglio Brisson[157]. Relativamente alla confessione del colonnello Henry sui falsi incartamenti, si avevano solo due scelte da fare per Jaurès: o si riconoscevano gli errori commessi nel processo del 1894, o si consideravano quei documenti fabbricati per rafforzarne uno più grave che non poteva essere mostrato. Lo Stato Maggiore scelse quest’ultima opzione, e fu il generale Mercier ad organizzare tutto questo procedimento.

Alcuni quotidiani, come “La Patrie” e il “Petit Journal”, spiegarono che il falso fu costruito da Henry per sostituirne uno più importante, in altre parole la pretesa lettera dell’imperatore tedesco. La stampa nazionalista contribuì a portare avanti questa leggenda, secondo Jaurès. Citava alcune testimonianze dei giudici di Rennes, sicuramente influenzati dalle alte sfere dell’esercito. Il deputato socialista concluse affermando che il dovere del governo era di aprire un’inchiesta su questi avvenimenti.

Subito dopo ebbe modo di parlare il ministro della guerra generale André. Era certo che il generale Cavaignac conoscesse la lettera, inoltre accettava di portare avanti un’inchiesta sui fatti rilevati durante la seduta. Tuttavia, quando la Camera votò per l’approvazione o meno, non ci fu una decisione favorevole. Ma i nuovi elementi avevano una valenza giuridica e, come si poteva notare dalle dichiarazioni del ministro André, non sarebbero stati ignorati.

Il 29 novembre 1903 un dispaccio dell’agenzia francese Havas [158] riferiva che nell’aprile dello stesso anno il generale André ordinò l’esame di tutti gli incartamenti del caso Dreyfus; dall’inchiesta emergevano delle falsificazioni durante il processo di Rennes. Per questo motivo tutti i documenti, fra cui una lettera dello stesso Dreyfus richiedente la revisione, furono consegnati alla commissione istituita al ministero di grazia e giustizia. Il corrispondente notava che tutti, sia i componenti del governo sia lo Stato Maggiore, volevano che l’affare Dreyfus avesse una conclusione definitiva.

Anche in giornali come “La Liberté” e il “Journal des Debats”, si leggeva che la revisione doveva avere dei tempi brevi [159], ma quelli chiaramente antidreyfusiani la vedevano come un delitto contro lo Stato. Dall’inchiesta emergevano le false deposizioni di molti testimoni durante il processo di Rennes e l’esistenza di documenti artefatti; un mezzo usato a tale scopo era la manipolazione della data in cui furono redatti [160].

Il 3 marzo 1904, la sezione criminale della Corte d’appello iniziò la revisione del processo[161]. La prima motivazione a favore della revisione concerneva il documento in cui l’addetto militare tedesco Maximilien Schwarzkoppen scriveva all’omologo italiano Alessandro Panizzardi, in questi termini: “D. mi ha portato cose molto interessanti”. Questa lettera fu adoperata contro Dreyfus, ma, dai documenti presenti negli archivi dello Stato Maggiore, si era scoperto che l’iniziale era P.

La seconda si basava su un ulteriore documento, una lettera chiamata Alessandrina, scritta dall’addetto militare italiano a Maximilien Schwarzkoppen, nella quale il colonnello Alessandro Panizzardi annunciava l’invio d’informazioni riguardanti l’organizzazione militare delle ferrovie. Questa lettera fu utilizzata nel processo perché datata aprile 1894, invece la vera data era 28 marzo 1895, in altre parole quando Dreyfus si trovava nell’Isola del Diavolo. La falsificazione era opera del colonnello Henry.

La terza riguardava le testimonianze rese a Rennes sull’esistenza di un alto personaggio, pagato per farlo, che segnalò il tradimento di Dreyfus. La relativa contabilità fu manipolata da Henry per far sparire ogni traccia dei compensi. Dopo la lettura della relazione, il procuratore chiese la revisione del processo.

Nella seconda udienza, il procuratore Baudoin affrontò il problema del falso di Henry[162], che pensava di salvare così l’onore dell’esercito. Non esisteva una prova diretta della consegna dei documenti descritti nel Bordereau, la cui data non era specificata. La perizia calligrafica dell’esperto Alphonse Bertillon[163] lasciava molti dubbi. Per quanto riguardava la presenza dei documenti segreti, essi non concernevano Dreyfus, bensì Esterhazy.

Il 5 marzo 1904, una nuova sentenza della Cassazione disponeva la revisione del verdetto di Rennes [164]. La Corte di Cassazione si riunì a porte chiuse per esaminare gli incartamenti segreti dell’affare nel giugno del 1906 [165]; il dossier segreto del ministero della guerra fu esaminato per primo. Il relatore Morras concludeva il suo rapporto con la proposta di annullare la sentenza di Rennes, e con il rinvio davanti ad un tribunale di guerra[166], mentre il procuratore generale Baudoin proponeva la revoca senza rinvio. Secondo il corrispondente, era difficile stabilire quale decisione avrebbe preso la suprema Corte. Nell’udienza aperta al pubblico, si discussero questioni tecniche riguardanti il Bordereau[167]; la relazione chiariva come i documenti presi in esame non potevano applicarsi all’ex capitano e la perizia calligrafica non era idonea a dimostrarne la paternità.

Nella seconda parte della relazione riportata dal giornale, ci si soffermava prettamente sulle testimonianze diplomatiche, che escludevano il coinvolgimento di Alfred Dreyfus in casi di spionaggio, e si focalizzava l’attenzione sulle prove sussistenti a carico di Esterhazy[168].

Nella successiva udienza il relatore prendeva in esame dei fatti nuovi[169]: l’alterazione del documento N°371, dell’incartamento segreto, nel quale la lettera P. fu sostituita con la lettera D.; l’alterazione della data nel N°26, 28 marzo 1895 sostituita da aprile 1894; la scoperta di una minuta del comandante Bayle relativa alle attribuzioni dell’artiglieria pesante negli eserciti. Sussistevano secondo il relatore fortissime presunzioni di innocenza. La Cassazione poteva solamente seguire strettamente il dettato di legge anche a costo di provare un rammarico per non essere chiamata a dire l’ultima parola in questo affare[170].  

Successivamente il giornale pubblicò la notizia che la Cassazione decideva di annullare la sentenza senza rinvio. Il procuratore generale affermò che gli autori dei falsi erano noti, come era noto l’autore del Bordereau [171].

Un ulteriore articolo sulla relazione del procuratore generale si soffermava prevalentemente sulla condotta dei generali Auguste Mercier, Roget e Emile Zurlinden, e definiva le loro asserzioni criminali, se volontarie, inescusabili se involontarie[172]. L’esame del dossier segreto su cui si basava quasi interamente l’accusa contro Dreyfus fu composto per trovare ogni più insignificante prova contro l’ex capitano; per dimostrare la nullità di tale incartamento intendeva renderlo pubblico, perché il contenuto non implicava i crimini commessi.

In una successiva udienza il procuratore generale si soffermò prettamente sull’atmosfera densa di sospetti che circondava l’imputato durante il processo di Rennes, come egli fosse accusato degli atti più naturali e meritevoli, stravolgendo il merito in colpa con la presunzione che lo facesse per impossessarsi di documenti segreti. Dal punto di vista strettamente giudiziario si era dato importanza, durante il dibattimento, a eventi insignificanti[173]. Ricordava come le smentite di sovrani e diplomatici sul coinvolgimento di Alfred Dreyfus fossero ignorate dal generale Auguste Mercier e dall’ex ministro Cavaignac. Nella successiva parte della requisitoria il procuratore si soffermò sull’acquisizione del Petit- Bleu da parte di Picquart e della sua inchiesta[174].

Il ricorso senza rinvio alla Cassazione s’imponeva, secondo l’avvocato difensore Mornard, poiché era impossibile avere un dibattimento con contraddittorio fra tutte le parti, essendo Esterhazy coinvolto, ma assolto precedentemente[175]. L’articolo del codice penale secondo cui “ l’annullamento della sentenza verso un condannato vivente non lascia sussistere nulla, che possa essere qualificato crimine o delitto, nessun rinvio sarà pronunciato”[176], poteva riferirsi a Dreyfus, la cui innocenza era completamente dimostrata; oltre a questi motivi di ordine giudiziario, ne esistevano di ordine morale.    

Il 12 luglio 1906 la Corte d’appello annullò definitivamente il verdetto di Rennes[177], basandosi sul riconoscimento della falsa attribuzione all’ex capitano del Bordereau.

Il giornale riportava i commenti di tre quotidiani italiani, “La Tribuna”, “Il Messaggero”, “La Patria”, che argomentavano come la sentenza della Corte d’appello concludesse una vicenda sconvolgente per la Francia, rilevando anche il ruolo di Emile Zola nella questione. Paolo Bernasconi affermava che con la sentenza della Cassazione l’affare Dreyfus era definitivamente chiuso, anche se, forse, sarebbero rimasti alcuni ostinati dubbi in qualche salotto [178]. La fede nella giustizia aveva vinto, anche se nei momenti più difficili della vicenda la speranza era sembrata solo un’illusione. Con l’esplodere dell’affare Dreyfus nacque allo stesso tempo una violenta crisi politica, che “fece impallidire tutte le forme inferiori di giustificazione e di indulgenza”[179]. In questo quadro era rimasta al centro la figura di Alfred Dreyfus, degradato, deportato, calunniato, poi ricondotto in Francia per essere sottoposto a vari processi, in un primo tempo graziato ma con una formula che lasciava forti dubbi, ed infine l’assoluzione dopo “dodici anni di guerra”[180].

Il 13 luglio 1906 Dreyfus e Picquart furono reintegrati e promossi; infatti, il governo presentò alla Camera due progetti di legge, inviati successivamente alla commissione dell’esercito [181]. Il primo affermava che dopo la sentenza della Corte di Cassazione l’innocenza del condannato era giuridicamente stabilita, e per questo motivo si disponeva una riparazione per i danni materiali e morali sopportati da Alfred Dreyfus, con la reintegrazione e la promozione. Il secondo, rifacendosi alla sentenza, concerneva gli sforzi del colonnello Picquart per l’acquisizione di nuovi elementi riguardanti l’affare e il trionfo della verità, ricompensati con la reintegrazione e la promozione a generale. Il 21 luglio 1906, con una solenne cerimonia, fu consegnata a Dreyfus la Legione d’onore[182].



Note

 

[1] Paolo Bernasconi, Il capitano Dreyfus accusato di alto tradimento, “Corriere della Sera”, 6-7 novembre 1894.

[2] Paolo Bernasconi, Il capitano Dreyfus accusato di alto tradimento, “Corriere della Sera”, 6-7 novembre 1894.

[3] Cfr. I documenti venduti dal capitano Dreyfus, “Corriere della Sera”, 8-9 novembre 1894.

La Germania nulla ebbe da Dreyfus, “Corriere della Sera”, 12-13 novembre 1894. 

[4] Da Parigi. L’affare Dreyfus, “Corriere della Sera”, 6-7 novembre 1894.

[5] Cfr. Il processo Dreyfus a porte chiuse, “Corriere della Sera”, 18-19 novembre 1894.

Il processo al capitano traditore, “Corriere della Sera”, 6-7 dicembre 1894.     

[6] Paolo Bernasconi, Da Parigi. L’affare Dreyfus, “Corriere della Sera”, 14-15 dicembre 1894.

[7] Paolo Bernasconi, La condanna di un traditore, “Corriere della Sera”, 24-25 dicembre 1894.

[8] Da Berlino. Rivelazioni sul processo contro il capitano Dreyfus, “Corriere della Sera”, 11-12 gennaio 1895.

[9] Da Parigi. Il ricorso  in revisione  di Dreyfus. Altre notizie e voci, “Corriere della Sera”, 24-25 dicembre 1894.  

[10] Paolo Bernasconi, Come fu degradato il capitano Dreyfus, “Corriere della Sera”, 6-7 gennaio 1895.

[11] Paolo Bernasconi, Il trasporto di un traditore, “Corriere della Sera”, 23-24 febbraio 1895.

[12] Bernard Lazare fu tra i primi a pronunciarsi in difesa di Dreyfus. Pubblicò vari libri per dimostrare come quest’ultimo fosse vittima di un errore giudiziario, tra cui Une erreur judiciaire: la vérité sur l’Affaire Dreyfus (1896), e Comment on condamne un innocent (1898). Cfr. Norman Kleeblatt, L’affare Dreyfus, Torino, Bollati Borignhieri, 1990, p. XX. 

[13] Paolo Bernasconi, Il capitano Dreyfus sarebbe veramente innocente, “Corriere della Sera”, 9-10 novembre 1896.

[14] Auguste Scheurer-Kestener (1833-1899). Senatore a vita, vicepresidente del Senato. Di origine alsaziana.

Cfr. Norman Kleeblatt, L’affare Dreyfus, Torino, Bollati Borignhieri, 1990, p. XXII. 

[15] Un Senatore sostiene che il capitano Dreyfus è innocente, “Corriere della Sera”, 30-31 ottobre 1897.

[16] Generale Jean-Baptiste Billot (1828-1907). Senatore a vita, ministro della guerra negli anni 1882-83 e 1896-98. Cfr. Norman Kleeblatt, op. cit., p. XVII.

[17] Félix-Jules Méline (1838-1925). Primo ministro dal 1896 al 1898. Cfr. Norman Kleeblatt L., op. cit., p. XXI.

[18]I documenti sull’affare Dreyfus, “Corriere della Sera”, 2-3 novembre 1897.

[19] Da Parigi. Intorno all’innocenza del capitano Dreyfus, “Corriere della Sera”, 6-7 novembre 1897.

[20] L’attualità all’estero. Dreyfus, “Corriere della Sera”, 4-5 novembre 1897.

[21] Il conte Walsin –Esterhazy denunciato al ministro della guerra come vero colpevole, “Corriere della Sera”, 17-18 novembre 1897.

[22]Ibidem.

[23] Un’interpellanza alla Camera, “Corriere della Sera”, 17-18 novembre 1897.

vedere anche: L’impressione a Parigi, “Corriere della Sera”, 17- 18 novembre 1897.

mo, Come Matteo Dreyfus avrebbe tentato di guadagnare alla sua causa il colonnello Sandherr, “Corriere della Sera”, 30-31 dicembre 1897.

 Matteo Dreyfus querelato e querelante, “Corriere della Sera”, 30-31 dicembre 1897.

  In qual modo la famiglia Dreyfus venne sulle tracce di Esterhazy. Il racconto dell’ex portiere dell’ambasciata tedesca a Parigi. Come si racconta il doppio tradimento di Esterhazy, “Corriere della Sera”, 26-27 novembre 1897.

  Un’interpellanza alla camera, “Corriere della Sera”, 17-18 novembre 1897.

  Induzioni sulla colpabilità del conte Esterhazy. Altre allusioni oscure, “Corriere della Sera”, 17-18 novembre 1897.

[24] Paolo Bernasconi, Dreyfus ed Esterhazy, “Corriere della Sera”, 18-19 novembre 1897.

[25] Tenente colonnello Marie-Georges Picquart (1854-1914). Alsaziano, dopo aver frequentato l’Ecole Superieure de Guerre entrò nel ministero della guerra. Fu presente al processo della Corte marziale del 1894; in seguito divenne direttore della sezione statistica. Norman Kleeblatt, op. cit., p. XXI.   

[26] Per altre notizie su Picquart Cfr. Il romanzo Dreyfus-Esterhazy .Il colonnello Picquart . La donna misteriosa, “Corriere della Sera”, 22-23 novembre 1897.

  Il colonnello Picquart torna da Tunisi, “Corriere della Sera”, 24-25 novembre 1897. 

[27]Cfr.   Il dossier segreto, “Corriere della Sera”, 9-10 gennaio 1898.

 Le perizie calligrafiche, “Corriere della Sera”, 9-10 gennaio 1898.

  Particolari intimi, “Corriere della Sera”, 9-10 gennaio 1898.

[28] I documenti segreti, “Corriere della Sera”, 10-11 gennaio 1898.

[29] Intorno all’inverosimile, “Corriere della Sera”, 10-11 gennaio 1898.

[30] Comincia la fase risolutiva dell’affare Dreyfus- Esterhazy, “Corriere della Sera”, 5-6 dicembre 1897.

[31] Il principio del processo Esterhazy, “Corriere della Sera”, 11-12 gennaio 1898.

[32] La seduta pomeridiana, “Corriere della Sera”, 11-12 gennaio 1898.

[33] Maggiore Hubert-Joseph Henry (1847-1898). Membro della sezione statistica, poi direttore dell’ufficio controspionaggio. Cfr. Norman Kleeblatt, op. cit., p. XX.

[34] Esterhazy assolto dal consiglio di guerra, “Corriere della Sera”, 12-13 gennaio 1898.

[35] I commenti della stampa parigina, “Corriere della Sera”, 10-11 gennaio 1898.

[36] I commenti della stampa parigina all’assoluzione di Esterhazy, “Corriere della Sera”, 13-14 gennaio 1898.

[37] La stampa inglese, “Corriere della Sera”, 15-16 gennaio 1898.

[38] La stampa tedesca, “Corriere della Sera”, 15-16 gennaio 1898.

[39] Nello stesso periodo si verificarono dei tumulti antisemiti in Algeria, il giornale ne diede notizia ma l’attenzione rimase focalizzata sull’affaire Dreyfus.

Cfr.   Gravissimi tumulti antisemiti ad Algeri , “Corriere della Sera”, 24-25 gennaio 1898.

Gravissimi tumulti in Algeria ,”Corriere della Sera”, 25-26 gennaio 1898.

L’ordine è ristabilito in Algeria, “Corriere della Sera”, 26-27 gennaio 1898.

Tumulti e revolverate a Blidah, “Corriere della Sera”, 26-27 gennaio 1898.

La situazione in Algeri, “Corriere della Sera”, 27-28 gennaio 1898.

Nuove dimostrazioni in Algeri. Un ebreo ucciso a bastonate, “Corriere della Sera”, 27-28 gennaio 1898.

La situazione in Algeri. Si verificano aggressioni isolate, “Corriere della Sera”, 27-28 gennaio 1898.

La situazione in Algeri, “Corriere della Sera”, 29-30 gennaio 1898.

Punizioni e precauzioni, “Corriere della Sera”, 6-7 febbraio 1898.

I disordini d’Algeri alla Camera. Lo scarso successo del governatore Lépine. Un voto contro l’antisemitismo, “Corriere della Sera”, 20-21 febbraio 1898.   

Gravi tumulti antisemiti in Algeri, “Corriere della Sera”, 22-23 marzo 1898. 

Gravissimi tumulti antisemiti in Algeria, “Corriere della Sera”, 10-11 febbraio 1899. 

[40] Emile Zola ( 1840-1902). Romanziere famoso e strenuo difensore di Alfred dreyfus. In un ciclo di romanzi (aventi per protagonista la famiglia Rougon-Macquart) Zola descrisse la società e la vita quotidiana del suo paese durante il secondo Impero. Molti di questi romanzi ebbero un’impressionante successo di pubblico, come L’assomoir (1878), Nana ( 1880) e la Débacle ( 1892). Convintosi dell’innocenza di Dreyfus, nel 1897 scrisse una serie di articoli pubblicati dal quotidiano “Le Figaro”, ma il culmine del suo impegno in difesa del capitano di origine ebrea fu l’articolo J’accuse, pubblicato nell’ “Aurore” il 13 gennaio 1898. Cfr Norman Kleeblatt, op. cit., p. XXII.             

[41] La lettera di Zola al presidente della repubblica francese, “Corriere della Sera”, 15-16 gennaio 1898.

[42] Maggiore Mercier Du Paty De Clam ( 1853-1916). Ufficiale dello Stato Maggiore.   

Cfr. Norman Kleeblatt, op. cit., p. XIX.

[43] Colonnello Jean-Conrad Sandherr (1846-1897). Direttore della sezione statistica all’epoca dell’arresto di Dreyfus. Cfr. Norman Kleeblatt, op. cit., p. XXI.  

[44] Generale Auguste Mercier ( 1833-1921). Responsabile dell’arresto di dreyfus nel 1894, responsabile anche in seguito delle ingiustizie subite dal capitano. Norman Kleeblatt, op. cit., p. XXI.  

[45] Generale Charles-Arthur Gonce (1838-1917). Vice capo di Stato Maggiore. Cfr. Norman Kleeblatt, op. cit., p. XIX. 

[46] Generale Raoul François Charles Le Mouton de Boisdeffre ( 1839-1919). Capo di Stato Maggiore dal 1893 al 1898. Cfr. Norman Kleeblatt, op. cit., p. XVII.

[47] Anche in precedenza Zola si era mostrato convinto dell’innocenza di Dreyfus,

Cfr. Zola e il sindacato Dreyfus, “Corriere della Sera”, 3-4 dicembre 1897.

Nuove fierissime dichiarazioni di Zola. Egli è sempre più convinto dell’innocenza di Dreyfus, “Corriere della Sera”, 9-10 dicembre 1897.

L’affare Dreyfus. Una lettera di Zola agli studenti. La sua magnifica invocazione alla gioventù, “Corriere della Sera”, 14- 15 dicembre 1897.

[48] Cfr. La prima udienza del processo Zola, “Corriere della Sera”, 8-9 febbraio 1898.

La seconda giornata. Il processo Zola all’assise di Parigi, “Corriere della Sera”, 9-10 febbraio 1898.

Zola davanti all’Assise. La terza giornata, “Corriere della Sera”, 10-11 febbraio 1898.

Il processo Zola. I commenti dei giornali all’udienza di oggi, “Corriere della Sera”, 11-12 febbraio 1898.

Il processo contro Emile Zola. La quarta giornata, “Corriere della Sera”, 11-12 febbraio 1898.

Il processo contro Emile Zola. La quinta giornata, “Corriere della Sera”, 12-13 febbraio 1898.

La sesta udienza del processo Zola, “Corriere della Sera”, 13-14 febbraio 1898.

L’ottava giornata del processo, “Corriere della Sera”, 16-17 febbraio 1898.

[49] Il processo Zola. I commenti dei giornali all’udienza di oggi, “Corriere della Sera”, 11-12 febbraio 1898.

[50] Giudizi di giornali esteri, “Corriere della Sera”, 13-14 febbraio 1898.

[51] Paolo Bernasconi, Il processo Zola, “Corriere della Sera”, 23-24 febbraio 1898.

[52] La fine del processo Zola: la condanna, “Corriere della Sera”, 24-25 febbraio 1898.

Sugli altri procedimenti giudiziari contro Emile Zola

Cfr.Un altro processo Zola. La querela dei tre periti grafologi, “Corriere della Sera”, 10-11 marzo 1898.

 Gli strascichi dell’affare Dreyfus. Il secondo processo contro Zola, “Corriere della Sera”, 12-13 marzo 1898.

 La discussione del ricorso di Zola alla Corte suprema. La sentenza della cassazione. La condanna di Zola annullata, “Corriere della Sera”, 3-4 aprile 1898.

 Per procedere di nuovo contro Zola, “Corriere della Sera”, 4-5 aprile 1898.

 Il Consiglio di guerra processa Zola e vuol fargli levare la Legion d’onore, “Corriere della Sera”, 9-10 aprile 1898.

 Si prepara il nuovo processo contro Zola. Le motivazioni del Consiglio di guerra, “Corriere della Sera”, 10-11-12 aprile 1898. 

 Il nuovo processo contro Zola. La proposta di radiarlo dalla Legion d’onore, “Corriere della Sera”, 13-14 aprile 1898.

 Un nuova ignominia. L’articolo di Zola pubblicato dall’Aurore, “Corriere della Sera”, 16-17 aprile 1898.

 Il ricorso di Zola respinto in Cassazione, “Corriere della Sera”, 15-16 maggio 1898.

 Il nuovo processo Zola, “Corriere della Sera”, 20-21 maggio 1898.

 A che si ridurrà il processo Zola, “Corriere della Sera”, 21-22 maggio 1898.

 Il processo Zola a Versailles. L’incidente sollevato da Labori. La corte pronuncia il rinvio, “Corriere della Sera”, 24-25 maggio 1898.

 La condanna di Zola, “Corriere della Sera”, 10-11 luglio 1898.

[53] Intorno al processo Zola, “Corriere della Sera”, 24-25 febbraio 1898.

[54] I commenti della stampa inglese, “Corriere della Sera”, 24-25 febbraio 1898.

[55] Dopo il verdetto, “Corriere della Sera”, 26-27 febbraio 1898.

[56] Il nuovo processo Zola a Versailles, “Corriere della Sera”, 19-20 luglio 1898.

[57] Emilio Zola rifugiato all’estero, “Corriere della Sera”, 20-21 luglio 1898.

[58] La nuova fase dell’affare Dreyfus. Il mistero del rifugio di Zola, “Corriere della Sera”, 23-24 luglio 1898.

[59] Godefroy Cavaignac ( 1853-1905). Ministro della guerra  nel 1895-96, e nel 1898. membro di una celebre famiglia repubblicana. Cfr. Norman Kleeblatt, op. cit., p.  XVIII. 

[60] Alla Camera francese. L’interpellanza Castelin. Affermazioni di Cavaignac sull’affare Dreyfus, “Corriere della Sera”, 8-9 luglio 1898.

[61] I commenti della stampa parigina, “Corriere della Sera”, 8-9 luglio 1898.

[62] Picquart dichiara falsi i documenti citati da Cavaignac, “Corriere della Sera”, 10-11 luglio 1898.

[63] Picquart arrestato?, “Corriere della Sera”, 10-11 luglio 1898.

[64]  Paolo Bernasconi, Cavaignac e Dreyfus, “Corriere della Sera”, 11-12 luglio 1898.

[65] Nuove persecuzioni contro Picquart, “Corriere della Sera”, 13-14 luglio 1898.

[66] Gli affari Zola, Esterhazy, Picquart. L’interrogatorio di Picquart, “Corriere della Sera”, 26-27 luglio 1898.

[67] L’arresto di Esterhazy e della sua amante, “Corriere della Sera”, 13-14 luglio 1898.

[68] L’accusa contro Esterhazy e la Pays, “Corriere della Sera”, 14-15 luglio 1898.  

[69] Esterhazy interrogato in carcere, “Corriere della Sera”, 16-17 luglio 1898.

[70] Conflitto fra il procuratore della repubblica e il giudice istruttore Bertolouis per i falsi attribuiti a Du Paty De Clam, “Corriere della Sera”, 30-31 luglio 1898.

[71] L’arresto del colonnello Henry, “Corriere della Sera”, 1-2 settembre 1898.

[72] Domenico Oliva, La nuova fase del mistero Dreyfus. Il suicidio del colonnello Henry, “Corriere della Sera”, 1-2 settembre 1898.

[73] Domenico Oliva (1860-1917). Laureatosi in giurisprudenza a Parma, esercitò per alcuni anni l’avvocatura a Milano. Entrato al “Corriere della Sera” e divenutone direttore fu estromesso nel 1900. Lasciato il giornale, collaborò al “Giornale d’Italia” e all’ “Idea nazionale”, fondò “L’idea liberale”. Fu anche scrittore e critico.

Cfr. G. Licata, op. cit., p. 616.

[74] Domenico Oliva,  Il suicidio del colonnello Henry, “Corriere della Sera”, 2-3 settembre 1898.

[75] Paolo Bernasconi, La giustizia è in marcia, “Corriere della Sera”, 2-3 settembre 1898.

[76] Incominciano ad aprire gli occhi, “Corriere della Sera”, 2-3 settembre 1898.

[77] Ibidem.

[78] Ibidem.

[79] L’ostinazione di Cavaignac, “Corriere della Sera”, 2-3 settembre 1898.

[80] Gli uomini del giorno .Cavaignac, “Corriere della Sera”, 3-4 settembre 1898.

[81] Le dimissioni del ministro Cavaignac, “Corriere della Sera”, 4-5 settembre 1898.

[82] Paolo Bernasconi,  La verità esce dal pozzo, “Corriere della Sera”, 8-9 settembre 1898.

[83] La domanda di revisione del processo, “Corriere della Sera”, 5-6 settembre 1898.

[84] Il governo francese riconosce finalmente la necessità della revisione del processo, “Corriere della Sera”, 4-5 settembre 1898.

[85] Verso la revisione del processo Dreyfus, “Corriere della Sera”, 19-20 settembre 1898.

[86] Ibidem.

[87] Ibidem.

[88] Ibidem.

[89] Da Londra. Impressioni della stampa inglese sulla nuova fase dell’affare Dreyfus, “Corriere della Sera”, 19-20 settembre 1898.

[90] Ibidem.

[91] L’opinione dei giornali, “Corriere della Sera”, 19-20 settembre 1898.

[92] Ibidem.

[93] Il parere del Temps intorno ai pericoli della revisione, “Corriere della Sera”, 20-21 settembre 1898.

[94] Paolo Bernasconi, Il primo passo, “Corriere della Sera”, 21-22 settembre 1898.

[95] Il dossier Dreyfus alla Corte di Cassazione, “Corriere della Sera”, 27-28 settembre 1898.

[96] Il processo Dreyfus davanti alla Cassazione. Il relatore favorevole alla revisione, “Corriere della Sera”, 28-29 ottobre 1898.

[97] Il processo Dreyfus davanti alla Cassazione. La seconda udienza, “Corriere della Sera”, 29-30 ottobre 1898.

[98] Ibidem.

[99] Ibidem.

[100] L’impressione della relazione di Bard. La revisione inevitabile, “Corriere della Sera”, 29-30 ottobre 1898.

[101] Cedant arma togae, “Corriere della Sera”, 29-30 ottobre 1898. 

[102] Ibidem.

[103] La Cassazione ordina una nuova inchiesta sull’affare Dreyfus. Il processo Dreyfus davanti alla Cassazione, “Corriere della Sera”, 30-31 ottobre 1898.

[104] Verso la revisione del processo Dreyfus. Dreyfus avvisato della ricevibilità della domanda di revisione, “Corriere della Sera”, 16-17 novembre 1898.  

[105] I commenti della stampa, “Corriere della Sera”, 17-18 novembre 1898.

[106]  Paolo Bernasconi, Dreyfus avvisato…., “Corriere della Sera”, 19-20 novembre 1898.

[107] La questione Dreyfus- Picquart. L’ex ministro Chanoin delegato alla revisione, “Corriere della Sera”, 3-4 gennaio 1899. 

[108] La questione Dreyfus- Picquart. Le dimissioni di Quesnay de Beaurepaire, “Corriere della Sera”, 9-10 gennaio 1899. 

[109] Cfr. La questione Dreyfus- Picquart. Come De Beaurepaire avrebbe narrata la storia delle sue dimissioni, “Corriere della Sera”, 9-10 gennaio 1899.

I commenti della stampa, “Corriere della Sera”, 9-10 gennaio 1899.

[110] La questione Dreyfus- Picquart. Commenti alle famose rivelazioni di Beaurepaire, “Corriere della Sera”, 11-12 gennaio 1899.

[111] La questione Dreyfus- Picquart. Una tumultuosa seduta alla Camera francese, “Corriere della Sera”, 13-14 gennaio 1899.

[112] I commenti della stampa, “Corriere della Sera”, 13-14 gennaio 1899.

[113] Paolo Bernasconi, Quesnay de Beaurepaire, “Corriere della Sera”, 15-16 gennaio 1899.

[114] La Cassazione affermerebbe l’innocenza di Dreyfus, “Corriere della Sera”, 15-16 gennaio 1899.

[115] La questione Dreyfus- Picquart. Il dossier diplomatico alla Cassazione. I rapporti e i telegrammi ch’esso contiene, “Corriere della Sera”, 21-22 gennaio 1899.

[116] La questione Dreyfus- Picquart. Che cosa conterrebbe il dossier diplomatico, “Corriere della Sera”, 22-23 gennaio 1899.

[117] La questione Dreyfus- Picquart. La falsificazione dei documenti italiani . Generali falsari, “Corriere della Sera”, 23-24 gennaio 1899.

[118] La questione Dreyfus- Picquart. Esterhazy e il suo salvacondotto, “Corriere della Sera”, 6-7 gennaio 1899.

[119] La seconda parte delle memorie di Esterhazy, “Corriere della Sera”, 14-15 gennaio 1899. 

[120] Esterhazy può recarsi a Parigi, “Corriere della Sera”, 16-17 gennaio 1899.

[121] La punizione ai membri della Camera criminale, “Corriere della Sera”, 26-27 gennaio 1899.

[122] La questione Dreyfus – Picquart. Un progetto di legge speciale. La Cassazione giudicherà a sezioni riunite, “Corriere della Sera”, 29-30 gennaio 1899.

[123] La questione Dreyfus – Picquart . Il progetto di legge sulla Cassazione discusso alla Camera francese, “Corriere della Sera”, 31 gennaio-1 febbraio 1899.

[124] Commenti al voto sul progetto del governo. Confusione di notizie e di idee, “Corriere della Sera”, 31 gennaio-1 febbraio 1899.

[125] La nuova fase della questione Dreyfus, “Corriere della Sera”, 7-8 febbraio 1899.

[126] L’inchiesta sull’affare Dreyfus è terminata, “Corriere della Sera”, 8-9 febbraio 1899.

[127] La chiusura dell’istruttoria complementare, “Corriere della Sera”, 12-13 febbraio 1899.

[128] L’affare Dreyfus. Il relatore della Cassazione sull’affare Dreyfus, “Corriere della Sera”, 7-8 marzo 1899.

[129] L’affare Dreyfus davanti alla Cassazione, “Corriere della Sera”, 10-11 marzo 1899. 

[130] La prima udienza della Cassazione sull’affare Dreyfus, “Corriere della Sera”, 21-22 marzo 1899.

[131] Sulle varie deposizioni in Cassazione Cfr. I documenti dell’affare Dreyfus. L’inchiesta su Esterhazy, “Corriere della Sera”, 31 marzo- 1 aprile 1899.

I documenti dell’affare Dreyfus. L’inchiesta su Esterhazy, “Corriere della Sera”, 1-2 aprile 1899.

Un’inchiesta sulla pubblicazione del “Figaro”, “Corriere della Sera”, 1-2 aprile 1899.

I documenti dell’affare Dreyfus. Le confessioni di Du Paty De Clam, “Corriere della Sera”, 1-2 aprile 1899.

I commenti della stampa sulla pubblicazione del “Figaro”, “Corriere della Sera”, 1-2 aprile 1899.

Le confessioni di Du Paty De Clam. Le dichiarazioni di Cavaignac sul Bordereau, “Corriere della Sera”, 2-3-4 aprile 1899.  

Le deposizioni di Poincaré, Develle e Roget. Pro e contro Dreyfus, “Corriere della Sera”, 4-5 aprile 1899.

La deposizione di Roget in Cassazione, “Corriere della Sera”, 5-6 aprile 1899.

Le deposizioni di Roget e Bertulus in Cassazione, “Corriere della Sera”, 6-7 aprile 1899.

Le rivelazioni di Bertulus e le smentite di Roget, “Corriere della Sera”, 7-8 aprile 1899.

Intorno al Bordereu. Cavaignac e Roget contraddetti, “Corriere della Sera”, 8-9 aprile 1899.

Proteste e rettifiche di Bertulus e altri alla deposizione di Roget, “Corriere della Sera”, 8-9 aprile 1899.

Altre smentite a Roget, “Corriere della Sera”, 9-10 aprile 1899.

Le deposizioni di Mercier e Billot innanzi alla Cassazione, “Corriere della Sera”, 9-10 aprile 1899.

Le deposizioni di Zurlinden e Chanoine innanzi alla Cassazione, “Corriere della Sera”, 10-11 aprile 1899.

L’inchiesta della Cassazione sull’affare Dreyfus, “Corriere della Sera”, 11-12 aprile 1899.

La dichiarazione d’un arciduca, “Corriere della Sera”, 12-13 aprile 1899.

Deposizioni varie, “Corriere della Sera”, 12-13 aprile 1899.

La deposizione di Gonce innanzi alla Cassazione, “Corriere della Sera”, 12-13 aprile 1899.

Le deposizioni di Gonce, Sebert, Bruyerre, ecc. innanzi alla Cassazione francese, “Corriere della Sera”, 13-14 aprile 1899.

La deposizione dell’ex guardasigilli Trarieux. Le rivelazioni del conte Tornielli su Esterhazy, “Corriere della Sera”, 13-14 aprile 1899.

Boisdeffre, Lauth, Gribelin innanzi alla Cassazione, “Corriere della Sera”, 14-15 aprile 1899.

L’inchiesta della Cassazione sull’affare Dreyfus, “Corriere della Sera”, 15-16 aprile 1899.  

L’inchiesta della Cassazione sull’affare Dreyfus, “Corriere della Sera”, 16-17 aprile 1899.

L’inchiesta della Cassazione sull’affare Dreyfus. Parla Picquart, “Corriere della Sera”, 16-17 aprile 1899.

La deposizione di Picquart, “Corriere della Sera”, 17- 18 aprile 1899.

L’inchiesta della Cassazione sull’affare Dreyfus, “Corriere della Sera”, 19-20 aprile 1899.

La deposizione di Picquart, “Corriere della Sera”, 18-19 aprile 1899. 

Quel che dice la Pays, “Corriere della Sera”, 20-21 aprile 1899.

La deposizione di Forzinetti sull’affare Dreyfus, “Corriere della Sera”, 21-22 aprile 1899.

Altre deposizioni, “Corriere della Sera”, 21-22 aprile 1899.

L’affare Dreyfus. La deposizione di Chincolle, “Corriere della Sera”, 22-23 aprile 1899.

L’inchiesta della Cassazione sull’affare Dreyfus. L’importante deposizione di Mornard, “Corriere della Sera”, 23-24 aprile 1899.

L’affare Dreyfus. La deposizione di Cuignet innanzi alla Cassazione, “Corriere della Sera”, 25-26 aprile 1899.

L’inchiesta sull’affare Dreyfus. Le deposizioni di Barthou e Guerìn, “Corriere della Sera”, 26-27 aprile 1899.

Seconda deposizione Paleologue innanzi alla Cassazione, “Corriere della Sera”, 27-28 aprile 1899. 

L’affare Dreyfus. La deposizione di Esterhazy, “Corriere della Sera”, 28-29 aprile 1899.

L’affare Dreyfus. Ancora la deposizione di Esterhazy, “Corriere della Sera”, 29-30 aprile 1899.

[131] Intorno all’affare Dreyfus. La revisione, “Corriere della Sera”, 28-29 maggio 1899.

[132] Paolo Bernasconi, Impressioni sommarie, “Corriere della Sera”, 30-31 maggio 1899.

[133] L’affare Dreyfus in Cassazione. Il relatore e Manau chiedono la revisione, “Corriere della Sera”, 31 maggio-1 giugno 1899.

[134] La requisitoria di Manau, “Corriere della Sera”, 31 maggio-1 giugno 1899. 

[135] Manau chiede la revisione del processo, “Corriere della Sera”, 31 maggio-1 giugno 1899.   

[136] Paolo Bernasconi, Esterhazy si confessa autore del Bordereau, “Corriere della Sera”, 3-4 giugno 1899.

[137] Ibidem.

[138] La sentenza della Cassazione, “Corriere della Sera”, 4-5-6 giugno 1899.

[139]  Paolo Bernasconi, Sulla via della giustizia, “Corriere della Sera”, 6-7 giugno 1899.

[140] Domenico Oliva, La verità in cammino, “Corriere della Sera”, 8-9 giugno 1899.

[141] Il processo di Rennes, “Corriere della Sera”, 7-8 agosto 1899.

[142] Paolo Bernasconi, Il dossier segreto a Rennes, “Corriere della Sera”, 4-5 agosto 1899.

Paolo Bernasconi, Il processo di Rennes, “Corriere della Sera”, 8-9 agosto 1899.

[142] Cfr. Paolo Bernasconi, In giro per Rennes, “Corriere della Sera”, 15-16 luglio 1899.

 Paolo Bernasconi, Intorno all’affare Dreyfus, “Corriere della Sera”, 26-27 luglio 1899.

[143] Paolo Bernasconi usa impropriamente il termine partito riferendosi all’ambito religioso. Nel corso dell’articolo parla di “un partito cattolico”, intendendo un fronte dell’opinione pubblica del cattolicesimo intransigente.

[144] Ludovic Trarieux ( 1849-1904). Giurista, ministro della Giustizia nel 1895. Fondatore e primo presidente della Ligue des Droits de L’Homme. Cfr. Normann Kleeblatt, op. cit., p. XXI.

[145] Lettera di Esterhazy, “Corriere della Sera”, 11-12 agosto 1899.

[146] Paolo Bernasconi, L’esame del dossier segreto, “Corriere della Sera”, 11-12 agosto 1899.

[147] Dreyfus e la stampa europea, “Corriere della Sera”, 31 agosto- 1 settembre 1899.

[148] Paolo Bernasconi, La nuova condanna di Dreyfus, “Corriere della Sera”, 10-11 settembre 1899.

[149] L’impressione a Parigi, “Corriere della Sera”, 10-11 settembre 1899.

[150] I commenti della stampa parigina alla condanna di Dreyfus, “Corriere della Sera”, 10-11 settembre 1899.

[151] L’impressione a Roma, “Corriere della Sera”, 10-11 settembre 1899.

[152] Corriere milanese, “Corriere della Sera”, 10-11 settembre 1899.

[153] La luminaria dei nazionalisti, “Corriere della Sera”, 10-11 settembre 1899.

[154] La probabilità che Dreyfus venga graziato, “Corriere della Sera”, 10-11 settembre 1899.

[155] Paolo Bernasconi, La grazia a Dreyfus, “Corriere della Sera”, 20-21 settembre 1899.

[156] L’affare Dreyfus alla Camera francese, “Corriere della Sera”, 6 aprile 1903.

[157] L’affare Dreyfus alla Camera francese, “Corriere della Sera”, 8-9 aprile 1903.

[158] La ripresa dell’affare Dreyfus, “Corriere della Sera”, 29 novembre 1903.

[159] La ripresa dell’affare Dreyfus, “Corriere della Sera”, 30 novembre 1903.

[160] Il ritorno dell’affare Dreyfus, “Corriere della Sera”, 1 dicembre 1903.

[161] Il nuovo processo Dreyfus per la revisione, “Corriere della Sera”, 3 marzo 1904.

[162] Ibidem.

[163] Alphonse Bertillon ( 1853-1914). Capo dell’ufficio identificazioni della polizia giudiziaria. Cfr. Norman Kleeblatt, op.cit., p. XVII.

[164] La sentenza della Cassazione, “Corriere della Sera”, 5 marzo 1904.

[165] La ripresa dell’affare Dreyfus alla Corte di Cassazione, “Corriere della Sera”, 16 giugno 1906.

[166] La revisione del processo Dreyfus. In caso di rinvio a un nuovo consiglio di guerra, “Corriere della Sera”, 17 giugno 1906.

[167] La revisione del processo Dreyfus. Continuazione della relazione, “Corriere della Sera”, 21 giugno 1906. 

[168] Da Parigi. La revisione del processo Dreyfus. La parte di Esterhazy, “Corriere della Sera”, 22 giugno 1906.

[169] Da Parigi. La fine della relazione nella revisione del processo Dreyfus, “Corriere della Sera”, 23 giugno 1906.

[170] Ibidem.

[171] Da Parigi. La requisitoria del processo Dreyfus. Per la Cassazione senza rinvio, “Corriere della Sera”, 26 giugno 1906.  

[172] La requisitoria nel processo Dreyfus, “Corriere della Sera”, 28 giugno 1906.

[173] La requisitoria nel processo Dreyfus, “Corriere della Sera”, 29 giugno 1906.

[174] Da Parigi. La continuazione della requisitoria nella revisione del processo Dreyfus, “Corriere della Sera”, 1 luglio 1906.

[175] Da Parigi. Le Ultime parole della difesa Dreyfus innanzi alla Corte di Cassazione, “Corriere della Sera”, 8 luglio 1906.  

[176] Ibidem.

[177] Il capitano Dreyfus proclamato innocente, “Corriere della Sera”, 12 luglio 1906.

[178] Paolo Bernasconi, Giustizia, “Corriere della Sera”, 12 luglio 1906.

[179] Ibidem.

[180] Ibidem.

[181] Paolo Bernasconi, Dreyfus e Picquart reintegrati e promossi, “Corriere della Sera”, 13 luglio 1906.

[182] Paolo Bernasconi, Solenne decorazione di Dreyfus. Una cerimonia di riparazione, “Corriere della Sera”, 21 luglio 1906. 


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