Joerg Schulte, Olga Tabachnikova, Peter Wagstaff (eds.), The Russian Jewish Diaspora and European Culture, 1917-1937

"Free Ebrei", III, 1, febbraio 2014

 

The Russian Jewish Diaspora and European Culture, 1917-1937, edited by Jörg Schulte, Olga Tabachnikova, Peter Wagstaff, Leiden, Brill, 2012, 443 pp., € 133


di Vincenzo Pinto



Abstract

In this collection of essays edited by Jörg Schulte, Olga Tabachnikova and Peter Wagstaff, the authors try to show the action of the so-called "cultural continuity" paradigma in Russian-Jewish diaspora in the inter-war period. 



Questo volume raccoglie la rielaborazione saggistica degli interventi tenuti durante il seminario intitolato Cultural Continuity in the Diaspora: Paris and Berlin in 1917-1937 (The Experience of Russian Jews in an Era of Social Change), svoltosi presso le Università di Bath, Portsmouth e l'University College di Londra fra il 2008 e il 2010. I curatori sono Jörg Schulte, docente di studi ebraici all'University College di Londra; Olga Tabachnikova, docente di studi politici all'Università di Bath; e Peter Wagstaff, docente di cultura francese presso l'Università di Exeter. L'obiettivo di questo lavoro è quello di rivalutare l'esperienza diasporica e l'attività culturale degli ebrei russi in Europa Occidentale nel periodo interbellico. Il lavoro, inizialmente ristretto alle città di Parigi e Berlino, è stato necessariamente ampliato sino a includervi città come Varsavia.

 

Nel saggio introduttivo, François Guesnet tenta di spiegare il rapporto fra la diaspora ebraica e la "madrepatria" russa in termini di cosmopolitismo, ovvero - riprendendo una fortunata definizione di Antoine Pécoud - la "coesistenza di vari codici linguistici e culturali, che consentono al migrante 'cosmopolita' di muoversi avanti e indietro in più di un codice culturale" (p. 4). Niente identità "ibride" nel senso postcoloniale o - più di recente - "acculturazione" per il caso italiano, che sottendono a un processo di assimilazione o integrazione condotto spesso in mala fede. Il "cosmopolitismo" non sottende a identità inconsciamente e "necessariamente" mescolate, alla ricerca di un "riconoscimento" o di un "cambiamento" nella e della cultura circostante, ma a una visione "elastica" e dinamica, ovvero coscientemente e liberamente scelta di volta in volta da individualità poliglotte a proprio agio all'interno di diversi contesti identitari. Questo processo di continuità culturale è stato analizzato in special modo attraverso la produzione letteraria. Il volume tenta di valutare le strategie di continuità culturale sulla base di un ampio raggio di attività culturale e sulla base dell'investigazione dei processi di traduzione di produzioni culturali.

 

La raccolta di saggi è divisa in quattro parti: traduttori e scrittori ebrei russi; interpretazioni del passato e del presente della cultura ebraica; nuove fonti delle influenze ebraico-russe nella musica, nell'arte e nell'editoria; archivi della diaspora ebraico-russa. La prima parte contiene un saggio di Anat Feinberg sulla traduzione del Guglielmo Tell di Schiller a opera di di Bialik, che dimostra la rilevanza della figura dello scrittore tedesco nell'elaborazione ebraica del poeta ebreo, ma anche la sua difficile ricezione nella Palestina mandataria. Il saggio di Marianna Prigozhina, dedicato alla traduzione del Don Chisciotte di Cervantes a opera dello stesso Bialik mostra come il poeta ebreo puntasse a "ebraicizzare" il personaggio letterario. Il contributo di Glenda Abramson sulla visione della città nella poetica di David Vogel evidenzia la necessità da parte del poeta di distanziarsi dalle norme estetiche ebraiche per dar corpo ai suoi versi sulla capitale francese. Infine il saggio di Zoya Kopelman sull'arricchimento della letteratura ebraica contemporanea attraverso i calchi di espressioni russe nelle opere di Elisheva e Leah Goldberg mostra come l'ebraico della loro poesia divenne una sorta di diaspora testuale di immagini poetiche russe.

 

La seconda parte è dedicata alla rielaborazione della storia ebraica da un punto di vista "integrazionista". Albert Baumgarten illustra l'interpretazione ellenizzante dell'antichità ebraica a opera di Elias Bickerman, che diffuse una visione del mondo russo-ebraica in veste tedesca (vedi la rappresentazione dei Maccabei) per poter accedere a un ampio pubblico di ebrei europei. Jörg Schulte si concentra sul contributo dello scrittore Nahum Slouschtz quale intermediario culturale di inizio Novecento di un ebraismo umanistico. Olga Tabachnikova analizza le inquietudini culturali degli emigrati ebrei russi Max Eitingon e Lev Shestov, entrambi figli di una triplice identità (ebraica, russa ed europea). Vladimir Khazan si concentra su alcuni aspetti "sconosciuti" del legame fra Palestina ed emigrazione russa in Europa attraverso le figure di Pinhas Rutenberg e Vladimir Burtsev. Olaf Terpitz si concentra sulla comunità ebraica russa di Berlino nel ventennio interbellico, cercando di applicare il paradigma della "continuità culturale" al di fuori di uno spazio fisico e temporale ben delimitato (vedi lo sviluppo di Varsavia, la traduzione e la formazione di genere e la storia dell'erudizione). Harriet Murrav si concentra sul rapporto fra Berlino e l'identità russa attraverso i richiami nella produzione di Dovid Bergleson e Walter Benjamin al tema della giustizia.

 

La terza parte si sposta dalla scrittura privata alla musica, all'arte e all'editoria. Il saggio di Agnieszka Wierzcholska si concentra sull'interpretazione ambigua della Russia ebraica secondo la stampa yiddish parigina: critica dell'esperienza del ghetto e dell'antisemitismo, fascino verso la formazione di una nuova società e di una vita ebraica moderna laburista. Jascha Nemtsov considera l'influenza della rinascita culturale ebraica orientale nella vita musicale viennese interbellica attraverso la Società per la promozione della musica ebraica dal 1928 al 1939. Serge-Aljosja Stommels e Albert Lemmens si concentrano sulla produzione grafica di Issachar Ber Ryback, illustratore di libri d'arte per bambini all'apice della sua fase cosiddetta astratta (1922). Susanne Marten-Finnis ricostruisce il percorso della rivista "Zhar Ptitsa" (L'uccello di fuoco) nella Berlino degli anni Venti, definendola come una "stupenda menzogna" per la sua simbiosi fra sostegno sovietico, creatività russa, pratica disseminatrice ebraica e sostegno tedesco. Boris Czerny si sofferma sulla mancata presenza di retaggio ebraico-russo in Francia attraverso la testimonianza di Ben-Ami e del caso giudiziario Schwartzbard, emblemi di un'impossibile integrazione. Christina Lodder analizza la produzione dell'artista ebreo russo El Lissitzky a Berlino quale spazio intermedio tra Est e Ovest, astrazione e figurazione, arte ebraica e attività creativa al servizio del Partito comunista.

 

La quarta e ultima parte è dedicata alla formazione di archivi ebraico-russi nell'Europa orientale. Il saggio di Viktor Kel'ner si sofferma sulla visione cangiante dell'emigrazione ebraica in Occidente e in Palestina secondo lo storico ebreo russo Simon Dubnow, che muta proprio con il soggiorno berlinese nel primo dopoguerra. Efim Melamed si concentra invece sulle sorti dell'Ostjüdisches Historisches Archiv, creato a Kiev nel 1919 e poi trasferitosi nel corso del tempo a Berlino e oltreoceano grazie all'YIVO di New York. Alexander Ivanov analizza le attività della Società per la promozione di lavoro artigianale e agricolo fra gli ebrei (ORT) attraverso l'unione mondiale sorta nel 1921 dopo la fine della Russia zarista. Il saggio conclusivo di Leonid Katsis si concentra sulla scoperta di recenti saggi e articoli attribuiti a Vladimir Ze'ev Jabotinsky e sulle nuove prospettive analitiche, dimostrando come il leader revisionista omise con certo imbarazzo le sue simpatie socialiste e rivoluzionarie nella sua autobiografia sionista del primo dopoguerra.

 

Il filo conduttore di questa raccolta di saggi è l'esistenza di una "continuità culturale" nella diaspora ebraico-russa che non ha nulla di biologico, ma è l'esito di un processo di trasmissione "culturale" operato dalla propria famiglia e/o gruppo di riferimento partendo dalla "madre patria" russa. La "continuità culturale" agisce in termini cosmopoliti perché "fallisce" l'assimilazione e si instaura un processo di "integrazione" nella realtà circostante. La tesi storiografica soggiacente a questa raccolta di saggi è che non si possa parlare né di assimilazione né di acculturazione per la diaspora ebraico-russa interbellica, intendendo la prima come totale accettazione nello spazio culturale circostante e la seconda come simbiosi culturale biunivoca. La forza della "continuità culturale" non deve la sua esistenza a una comunità oppure all'esistenza di legami culturali molto forti, né a una religiosità particolarmente devota, ma sembrerebbe l'esito di una sorta di "struttura mentale russa" innervata sulla cultura ebraica. Il lavoro, dedicato spesso a casi individuali, andrebbe corroborato ulteriormente prendendo in considerazioni altri esempi di diaspora ebraico-russa e valutando l'impatto della "continuità culturale" in altri contesti. In altre parole, la "continuità culturale" agisce su basi meramente etniche oppure bisogna anche analizzare il sistema sociale di provenienza?

 


Casella di testo

Citazione:

The Russian Jewish Diaspora and European Culture (1917-1937), a cura di J. Schulte, O. Tabachnikova e Peter Wagstaff (recensione di Vincenzo Pinto), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", III, 1, febbraio 2014

url: http://www.freeebrei.com/anno-iii-numero-1-gennaio-giugno-2014/joerg-schulte-olga-tabachnikova-peter-wagstaff-eds-the-russian-jewish-diaspora-and-european-culture-1917-1937




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