Martin Buber, Rinascimento ebraico

"Free Ebrei", III, 2, dicembre 2014


Martin Buber, Rinascimento ebraico. Scritti sull’ebraismo e sul sionismo (1899-1923), a cura di Andreina Lavagetto, Milano, Mondadori, 2013, pp. 466, € 22,00

 

di Gabriele Guerra

 

 

Abstract

Andreina Lavagetto's collection of Martin Buber's writings on Judaism and Zionism (1899-1923) is a successful attempt to reassess the character of Martin Buber in front of the important turning point of Jewish history such as the First World War.

 

 

Quando, nel 1899, il giovane ventunenne Martin Buber partecipa al III congresso sionista che si tiene a Basilea, il movimento di rinnovamento politico e culturale che intende rivitalizzare la coscienza di sé degli ebrei europei e fornire loro uno Judenstaat, uno Stato degli ebrei prima ancora che uno Stato ebraico – secondo la celebre formulazione del suo padre riconosciuto Theodor Herzl – si trova in una fase delicata: uscito dalla prima pionieristica ed entusiastica fase, sta entrando in una complessa fase “politica”, in cui però cominciano ad affermarsi le questioni culturali sottese a quelle meramente territoriali, e le polemiche si fanno sempre più roventi. Il ventunenne ebreo viennese entra in questa arena armato di una notevole dose di sprovvedutezza politica ma anche di agguerrita verve intellettuale; ed entrambi gli aspetti del suo carattere – si potrebbe dire non senza una qualche esagerazione – caratterizzeranno la sua prestazione intellettuale nell'ebraismo, centrale per più aspetti, ma sempre segnata da una aspirazione utopica radicale e caratterizzata da una dimensione appunto meno spiccatamente filosofica di quanto invece la tradizione dell’utopismo occidentale lascerebbe appunto presupporre.

Il percorso che porta dunque il giovane ebreo delegato degli studenti ebrei dell’università di Lipsia dal partecipare alla commissione propaganda nel III congresso, all'autore di opere fondamentali di quella che poi è passata nei manuali di storia della filosofia come un perfetto esempio di “filosofia dialogica” (basata cioè sul continuo e fruttifero confronto tra l’Io e il Tu), è lunga e frastagliata, non priva di paradossi e di contraddizioni, ma realmente affascinante e assolutamente centrale nel lungo percorso di (auto)riconoscimento dell’ebraismo occidentale. Ora, a lumeggiare in maniera per certi versi definitiva questa prima fase della lunga vita di Buber e insieme tale delicata fase storica, giunge un’opera che raccoglie in traduzione italiana molti dei testi che riguardano appunto le riflessioni buberiane su sionismo e dimensione culturale dell’ebraismo sino al 1923, allorché l’impegno all'interno del movimento sionista lasciò sostanzialmente il posto a una riflessione più distesamente filosofico-religiosa e filosofico-linguistica (esemplare in questo senso il lungo progetto di ritraduzione della Bibbia insieme all'amico Franz Rosenzweig).

L’opera è magistralmente curata – e mai verbo risulta più adatto, proprio nel suo significato letterale, della cura con cui vengono affrontati i testi e i contesti – dalla germanista veneziana Andreina Lavagetto, che, oltre a tradurre con grande esattezza i testi (peccato solo, sia detto en passant, per i molti termini ebraici direttamente traslitterati dall'originale tedesco e non secondo la grafia attualmente adottata, che se da un lato restituiscono tutto intero lo spirito della prosa buberiana, rendono dall'altro talvolta non immediatamente perspicuo il vocabolo), ne restituisce perfettamente il contesto storico-ideologico e biografico, sia attraverso una puntuale “Notizia sui testi” posta in appendice, sia, principalmente, per mezzo di un esaustivo lungo saggio introduttivo, Buber e l’ideale del rinnovamento ebraico, che rende conto dell’atmosfera politica dell’epoca e degli eventi che occorrono al giovane Buber nell'arco dei venticinque anni scelti per questa silloge (in consonanza, va precisato ad ulteriore merito di questa edizione italiana, con la contemporanea impresa di una Werkausgabe, cui attendono diversi studiosi, di tutta la sterminata produzione buberiana, ripartita tematicamente ed in corso di pubblicazione presso il Gütersloher Verlagshaus).

 Al centro del volume, in effetti, vi è proprio l’ideale buberiano della «jüdische Renaissance», l’idea cioè che sia necessaria una letterale rivivificazione del corpo ebraico, segnatamente di quello occidentale anche per opera di quello orientale, con lo scopo di restituirgli tutto intero l’enorme patrimonio religioso e culturale che gli appartiene. La curatrice sottolinea infatti giustamente come l’evocazione buberiana di un “rinascimento ebraico” si presti molto bene ad utilizzi i più diversi, e contraddittori: «il Rinascimento è figura di un moto volto a recuperare per il presente le forze più autentiche del passato, riconoscendole come la parte più fonda della propria identità. È dunque chiaro che, una volta diventato metafora, il Rinascimento può essere invocato per rispondere a esigenze diverse, talvolta contrastanti, e che si allontana sempre più dalla precisione dell’ancoraggio storico, per sfumare in definizioni libere» (p. XXVI). In tal modo diviene evidente come per Buber la costruzione di un apparato ideologico – o meglio, di un sistema di segni simbolici e variamente caricati di valenze mitiche e mitogene – sia centrale nella sua elaborazione di cosa sia e cosa debba essere l’ebraismo: a ciò concorre anche, va aggiunto, l’accento posto dall'autore in tanti scritti di questa fase, sul concetto di Religiosität, che non in Buber è beninteso un codice di appartenenza confessionale, quanto piuttosto, in sintonia con il più profondo spirito del suo tempo, un sintomo di tensione verso il trascendente e lo spirituale, che spesso lo porta all'utilizzo di un lessico politico-culturale, basato sulla commistione di nazionale e sociale nella “comunità di sangue” ebraica, che alle orecchie moderne può suonare sospetto, come anche a frequentazioni che lo sono altrettanto (come nel caso dell’editore völkisch Diederichs, interessato alla riattivazione in chiave mitico-politica di una nozione onnicomprensiva di spiritualità, come ricorda anche Andreina Lavagetto nel suo studio introduttivo).

Il volume ripartisce inoltre i testi presentati in tre sezioni tematiche, che già da sole restituiscono le coordinate biografico-intellettuali entro cui si articola la parabola filosofica buberiana: “Gli inizi”, “Discorsi sull’ebraismo” (che ritraduce, collocandoli in termini filologicamente più esatti e più chiari, le storiche Reden tenute da Buber tra il 1911 e il 1920 presso il circolo praghese di "Bar Kochba", un vero incunabolo delle sue concezioni “nietzschiane” dell’ebraismo da rivitalizzare, che erano state già tradotte in italiano nel 1996), e “L’epoca di «Der Jude»”, che è la rivista fondata da Buber nel 1923 e che divenne rapidamente il punto di riferimento per tutto l’ebraismo di lingua tedesca.

Grazie a questo volume, insomma, diventa possibile, sia allo studioso di ebraismo che al semplice interessato, avvicinarsi e comprendere meglio le coordinate spirituali e culturali che animano la ricerca buberiana, in una genealogia concettuale che va da Nietzsche e Dilthey, alla riscoperta dell’Ostjudentum e della sua supposta autenticità per aiutare la riscoperta dell’ebraismo, alla rilettura dei classici della mistica di tutte le tradizioni ed al tentativo di interpretare in prospettiva sempre profondamente umana le questioni politiche; tutte linee interpretative, insomma, volte all'esigenza di un rinnovamento profondo dell’animo ebraico – tutte coordinate che restituiscono a tutto tondo la figura di un pensatore come Martin Buber, sempre consapevole, come dice ancora la curatrice nella sua introduzione, di essere condannato a restare la “voce di una minoranza” (p. LIII).





Casella di testo

Citazione:

Martin Buber, Rinascimento ebraico, a cura di Andreina Lavagetto (recensione di Gabriele Guerra), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", III, 2, dicembre 2014

url: http://www.freeebrei.com/anno-iii-numero-2-luglio-dicembre-2014/martin-buber-rinascimento-ebraico



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