Philipp Kadelbach, Nackt unter Wölfen

"Free Ebrei", VI, 1, giugno 2017


Philipp Kadelbach, Nackt unter Wölfen


di Anna Szwarc Zając



Abstract

Anna Szwarc Zając describes the story of "Nackt unter Wölfen" (Naked among Wolves), an autobiographical book by Bruno Apitz, then brought to stage. She concentrates on 2015 Philipp Kadelbach's version and makes a comparison with Roberto Begnini's "La vita è bella" (Life is beautiful).



Nel 1958 Bruno Apitz[1] pubblicò in Germania un libro autobiografico intitolato "Nackt unter Wölfen" (Nuda tra i lupi, traduzione di Agnese Silvestri Giorgi nel 2013). Qualche anno più tardi, nel 1963, grazie al registra tedesco Frank Beyer, il libro divenne un film. La pellicola venne presentata durante la III edizione di MFF di Mosca e ottenne ottimi giudizi da parte della giuria, classificandosi al secondo posto.

Nel 2015 un altro registra tedesco, Philipp Kadelbach, affronta  per la seconda volta il medesimo argomento e decide di realizzare un film dandogli lo stesso titolo[2].

La prima scena del film inizia con queste due semplici parole: "Sono stanco!" Sullo schermo si vede un ragazzo che, con tutte le sue forze, prova a convincere il padre esausto di non addormentarsi. È buio. Si intuisce che i protagonisti si trovano in un luogo pericoloso. Si sentono il latrato dei cani e delle urla. E poi tutto si calma, ma è una calma apparente. Improvvisamente, i nostri protagonisti si trovano nei pressi di un lago, dove il padre parla con il figlio. Nello stesso tempo, un uomo bacia affettuosamente sua moglie. La signora sorride. E’ tranquilla, sbuccia una mela e si gira verso due persone sdraiate sull'erba chiedendo loro se hanno già scelto il nome (sulle ginocchia dell’uomo si trova una bella ragazza con il pancione). La giovane coppia, ridendo, pronuncerà due nomi diversi. 

La scena successiva porta gli spettatori di nuovo nel campo, ma questa volta sappiamo con certezza di essere proiettati nell’aprile 1943 a Buchenwald. Questo campo fu creato  nel 1936  ed era il terzo (dopo un "campi esemplari" KL Dachau, e KL Sachsenhausen) in piena attività in Germania[3].

Il film racconta la storia di un uomo di nome Hans Pippig. All’inizio il protagonista, come i tutti nuovi prigionieri, venne sottoposto a diversi "passaggi rituali": venne spogliato, dopodiché dovette superare l'esame medico, tagliarsi i capelli e fare la doccia (tutto dinnanzi agli occhi dei nazisti tedeschi che lo avrebbero picchiato se si fosse rifiutato di eseguire gli ordini) e, alla fine, ottenne dei vestiti nuovi. E, proprio in quel momento, Hans decise di entrare a far parte della Resistenza. Mentre al ragazzo venivano consegnati dei vestiti nuovi come da prassi, i prigionieri-lavoratori si rivolsero a lui per sapere il suo nome ed il suo cognome oltre il motivo dell’arresto. Hans era stato catturato semplicemente perché era una persona molto ironica. Il prigioniero, che, nello stesso tempo, era un kapò, decise di scambiare gli zoccoli di Hans con delle scarpe di cuoio. Quel gesto salverà la vita del ragazzo, come sostenne Tymiński: "Io non ero capace di camminare sugli zoccoli.  Mi stringevano le dita e poi mi facevano scivolare i piedi. Molto spesso, usavo degli stracci per tenere uniti i piedi per non cadere e, quando non li indossavo, legavo gli zoccoli con un spago per portarli sulla spalla"[4]. Avere un buon paio di scarpe, avere un pezzetto di pane in più, svolgere una mansione non troppo pesante dal punto di vista fisico ed essere circondato da buoni amici rappresentava tutto il necessario per poter pensare di sopravvivere nei campi nazisti. All’inizio, nonostante gli aiuti dei "vecchi"[5]  prigionieri, Hans non ebbe una vita semplice. Dopo la selezione e la doccia, venne messo nella quarantena, dove poté studiare le persone che si recavano quotidianamente allo zoo (a Buchenwald vi era uno zoo aperto solo al pubblico tedesco)[6]. Mentre il ragazzo osservava due orsi bruni, si avvicinò il kapò e lo informò che suo padre (e allo stesso tempo "camerata")  era morto (era stato picchiato da un SS perché, mentre si stava spogliando, e non aveva abbassato gli occhi), di conseguenza venne subito trasportato in infermeria, dove morì.  

Da questo momento in poi il film cambia totalmente direzione. Sullo schermo vengono proiettati dei filmati in bianco e nero sulla Seconda Guerra Mondiale, dove si vedono tutti gli orrori commessi nel campo. Poi, improvvisamente, i filmati non sono più in bianco e nero, bensì a colori. La storia adesso è raccontata in prima persona da Hans. Sono trascorsi due anni, é il 29 marzo del 1945: Hans ormai si era "abituato" ai ritmi durissimi del campo. Sebbene fosse estremamente pericoloso, continuò a far parte della Resistenza. I mesi di marzo ed aprile del 1945 per KZ Buchenwald furono dei mesi cruciali e se ne resero conto anche i prigionieri. Giunse la notizia che dovesse arrivare l’ultimo carico di ebrei, gli americani erano ormai alle porte, si avvicinavano sempre di più e la liberazione era imminente. Era solo questione di tempo.

L’atmosfera divenne sempre più pesate e carica di tensione. Le SS aspettavano gli ordini da parte di Himmler e cominciarono a bruciare tutti i documenti per non lasciare tracce, mentre prigionieri  si chiedevano quale potesse essere il loro destino: la liberà o la morte? Ed ecco giungere a destinazione il carico proveniente da Auschwitz. Un bambino ebreo riuscì a nascondersi all’interno di una valigia per non essere scoperto. La valigia venne trovata da Hans e dai suoi compagni. I prigionieri non sapevano cosa fare. Avevano paura di essere scoperti e quindi uccisi, ma, allo stesso tempo, sapevano che un bambino così piccolo non aveva nessuna possibilità di sopravvivere nel campo. Iniziarono a parlare con il bimbo, ma lui non capiva nulla. Perciò un prigioniero polacco decise di formulare alcune domande in polacco e tutti si resero subito conto che il bambino conosceva la lingua e che rispondeva a tono. Dopo un’accesa discussione tra Hans e il kapo, alla fine i prigionieri decisero di proteggere il bambino tenendolo nascosto in mezzo a loro. Ad un tratto, entrò l'SS-Hauptscharführer Gotthold Zweilinge e i prigionieri credettero che fosse giunta la loro ora, ma in quel preciso istante sentirono il rumore degli aerei degli Alleati. Zweilinge decise di non intervenire e fece finta di  nulla  (in realtà sperava che, dopo la guerra, questo suo gesto potesse essere un punto a suo favore).

Hans aveva, comunque, deciso di tenere nascosto il bambino e si prese cura di lui: divise con lui tutto ciò che era in suo possesso. I prigionieri, tuttavia, sapevano che stavano correndo un grosso rischio, per loro l’unica soluzione era allontanare il bambino dal campo. Ma Hans non era d’accordo, non poteva voltare le spalle a quel bambino e, alla fine, decise di andare contro il volere dei suoi compagni. Da un lato, Hans doveva continuare la sua missione come un sabotatore lavorando per la di Resistenza, ma dall’altro era obbligato a prendersi cura di questo "piccolo uomo", come lo avevano soprannominato gli altri prigionieri.

Nuda tra i lupi è un film speciale non solo perché racconta la storia di una bambino e perciò ha le medesime caratteristiche del film sullo Shoah diretto ai Roberto Begnini “La vita è bella”, ma perché il film di  Kadelbach attraverso le immagini che propone, talvolta forti e strazianti, trasmette allo spettatore tutte queste emozioni contrastanti. In questo film si ha come l’impressione che il bambino non debba essere "gettato" nella bocca della guerra. Sicuramente il campo non è il posto giusto per un adulto, men che meno per un bambino. La storia raccontata in "Nuda tra i lupi" dimostra come nei "tempi bui"[7] la vita possa essere meno dura grazie all’aiuto disinteressato delle poche persone che credevano ancora nella vita e nell’umanità.




Note

[1] Kazimierz Tymiński nel suo libro Uspokoić sen, racconta che Apitz era un prigioniero con la cultura e sensibilità indicibilmente alta. I prigionieri ci sono conosciuti a Buchenwald e Bruno ha scritto a Kazimierz una poesia. Kazimierz Tymiński,  Uspokoić sen, trad. da Anna Szwarc Zając, KAW, Katowice 1985, p. 104-105.

[2] Nel 2016 il film ha ottenuto due statuette Emmy, per più migliore film e per migliore attore.

[3] Magdalena Izabella Sacha, Obraz kultury lagrowej w świadectwach więźniów Buchenwaldu 1937-1945, IPN, Gdańsk 2013, p. 33.

[4] Kazimierz Tymiński, Idem, p. 32.

[5] Dei "vecchi numeri" scriveva anche Liana Millu nell Dopo il fumo. Sono il n. A 5384 di Auschwitz Birkenau, Morcelliana, Brescia 1999, p. 55-56.

[6] Magdalena Izabella Sacha, Obraz kultury lagrowej w świadectwach więźniów Buchenwaldu 1937-1945, Idem, p. 58.

[7] Michał Głowiński, Tempi bui. Un'infanzia braccata, trad. da Claudio Madonia, Giuntina, Firenze 2004.



Casella di testo

Citazione:

Philipp Kaldebach, Nackt unter Wölfen (recensione di Anna Szwarc Zając), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VI, 1, giugno 2017

url: http://www.freeebrei.com/anno-vi-numero-1-gennaio-giugno-2017/philipp-kadelbach-nackt-unter-woelfen




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