Hannah Arendt, L'ebreo come paria

"Free Ebrei", VII, 1, febbraio 2018


Hannah Arendt, L'ebreo come paria, a cura di Francesco Ferrari, Firenze, Giuntina, 2017, 72 pp., € 8.5

 

di Daniele Nuccilli

 

Abstract

Daniele Nuccilli reviews Hannah Arendt's classical enquiry on the Jews as pariah, which has been edited by Francesco Ferrari for Giuntina Publisher (Florence).

 


Nella sua monumentale opera The phenomenological movement H. Spiegelberg introduceva la figura di E. Levinas con le seguenti parole: «Ci sono filosofi il cui percorso di pensiero può essere descritto senza far riferimento alla loro vita. Nel caso di Levinas le cose non stanno affatto così. La sua vita non è soltanto “irretita in storie”, per usare un’espressione di W. Schapp, come le vite di tutti gli altri uomini, ma è anche irretita a sua volta nella Storia, nella Storia del Ventesimo secolo, attraversata da passioni ossessive e da atroci catastrofi». Nel saggio del 1944 di Hannah Arendt L’ebreo come paria - recuperato dall’editore Giuntina e dal curatore F. Ferrari dall’oblio cui era stato destinato a seguito dell’esclusione dalla raccolta di saggi coevi Il futuro alle spalle edita dal Mulino - il tema viene declinato attraverso quattro figure fondamentali della cultura ebraica tedesca: Heinrich Heine, Bernard Lazare, Charlie Chaplin, Franz Kafka.

Questi quattro personaggi hanno visto intrecciarsi le loro vicende biografiche, con quegli eventi bellici, figli di retoriche nazionalistiche, che stavano riconfigurando e ridefinendo verso il basso, il concetto di umanità, di appartenenza e di identità. Si potrebbe parlare, al riguardo, di una sorta di contro-irretimento, una presenza-assenza sui banchi della storia, legata all’impossibilità di essere inclusi nel tessuto sociale e nelle dinamiche politico-decisionali dell’epoca dei totalitarismi. Il tentativo della Arendt, come bene evidenzia il curatore, è dunque proprio quello di costruire una contro-storia della modernità ebraica (p. 8). Il filo conduttore di questa ricostruzione è rappresentato dalla condizione liminare dell’ebreo all’interno della vita politica della società del tempo. Riprendendo una definizione di Max Weber l’autrice definisce gli ebrei come «popolo paria» (p. 19), un popolo di oppressi, di emarginati sociali che, attraverso le massime espressioni artistiche di alcuni suoi componenti ha elevato questo status a vero e proprio tipo umano. Il prisma attraverso il quale la Arendt decide di restituire la narrativa che fa da sfondo alla condizione dell’ebreo “assimilato” nell’Europa del Ventesimo secolo ha quattro facce, ognuno delle quali offre «un ritratto alternativo del popolo ebraico» (p. 20).

Nella figura sfuggente dello schlemihl di Heine è incarnato il desiderio del paria di liberarsi, grazie alla forza del diletto, dalle artificiose modalità d’inclusione della società moderna, per rivolgersi ad un superiore ordine naturale (p. 26). Secondo la Arendt lo spirito irriverente di Heine cerca di forzare dall’interno l’apparente integrazione dell’ebreo nella società borghese del tempo, per giungere in prossimità di una visione più personale della libertà e dell’appartenenza, scevra da seriose posture identitarie. È grazie a questo atteggiamento che Heine, incorporando genuinamente nella sua persona, la figura del paria e quella del poeta, è riuscito a svincolare la sua condizione da qualsiasi ideologia politica o da qualsiasi narrativa identitaria (p. 30).       

Ciò che era stato elaborato in chiave artistica da Heine, viene traslato da Lazare sul piano politico. Il paria di Heine si distingueva dai parvenu per un distacco quasi utopico dal mondo reale, quello di Lazare, invece, deve prendere piena coscienza della sua condizione ed ergersi a «campione del popolo oppresso». Per fare ciò egli deve innanzitutto liberarsi dalla «dottrina spuria dell’assimilazione» (p. 34), quella che lo tiene legato alla duplice schiavitù, da un lato, degli oppressori di altri popoli e, dall’altro, dei ricchi del suo popolo in terra di altri oppressori. Tuttavia, nell’istante stesso in cui Lazare invita il paria ad affacciarsi sulla scena politica e a prendersi sulle spalle il proprio destino egli non trova altro che schnorren (scrocconi), coloro che, nutrendosi delle briciole che cadono dai tavoli dei ricchi non hanno alcuna intenzione di sovvertire l’ordine sociale prestabilito.

Se l’alveo sicuro dell’uomo letterario aveva garantito una fuga dorata per l’ebreo del Diciannovesimo secolo, ora la Arendt, introducendoci alle ultime due figure, quella di C. Chapline e F. Kafka, ci spiega come una simile strada non sia più percorribile. Già nella raffigurazione dell’«uomo piccolo» di Chaplin era venuta meno la leggiadra dello schlemihl, del poeta devoto ad un nume tutelare, per far posto al realismo dell’uomo comune, con i suoi tanti piccoli difetti, ingabbiato in una lotta quotidiana contro il sospetto, per poterla spuntare sulle mille insidie della società che lo circonda. È tuttavia con Kafka che si giunge all’apice della tensione tra la condizione di paria dell’ebreo e la società che ne dovrebbe garantire la fisiologica assimilazione: «La sola arma con cui, secondo Kafka, il paria è equipaggiato fin dalla nascita contro la società, è il pensiero» (p. 48). Gli eroi di Kafka ci spiega la Arendt, affrontano la società con aperta ostilità, agli antipodi, in questo, dallo schlemihl di Heine. Nel Castello, il protagonista ebreo cui dà voce l’autore, vorrebbe solo passare inosservato. Egli non vorrebbe far altro che vivere la propria vita da uomo di buona volontà e aspirare a tutte le cose cui aspira ogni altro essere umano. Ben presto, tuttavia, si renderà conto che il controllo capillare dei governanti del castello nei confronti degli indigeni e degli stranieri del villaggio, rende illusorie tutte le sue speranze.  Nonostante questa nuova consapevolezza egli, pur vagheggiando la liberta dello schlemihl, deciderà di rimanere lì a coltivare le sue aspirazioni perché le reputa completamente naturali. La morte per sfinimento lo coglierà prima che possa vedere riconosciuto il suo permesso di soggiorno.

Quest’ultima figura ci riporta direttamente alle conclusioni abbozzate dalla Arendt alla fine del suo saggio: «Fino a quando gli ebrei dell’Europa occidentale erano paria soltanto in un senso sociale essi potevano salvarsi diventando dei parvenu […] la vita del paria, sebbene priva di rilevanza politica, non era per questo priva affatto di senso. Ma oggi lo è. L’ebreo paria e l’ebreo parvenu navigano nello stesso mare in tempesta» (p. 60).

Il mare in tempesta è il mare delle società totalitarie che hanno ingoiato nei loro frangiflutti quegli spazi una volta aperti allo straniero e che, nel volgere d’anni in cui la Arendt vergava questo scritto, si era fatto più cupo intorno al popolo ebreo. 



Casella di testo

Citazione:

Hannah Arendt, L'ebreo come paria (Recensione di Daniele Nuccilli), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VII, 1, febbraio 2018

url: http://www.freeebrei.com/anno-vii-numero-1-gennaio-giugno-2018/hannah-arendt-lebreo-come-paria







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