Lorenzo Manetta, La sistemazione del fondo bibliografico del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea

"Free Ebrei", VI, 2, novembre 2017


La sistemazione del fondo bibliografico del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea


Un modello per la conservazione della cultural heritage con i Linked Open Data



di Lorenzo Manetta




Abstract

Lorenzo Manetta describes the digitalization of librarian heritage by CDEC Foundation in Milan and depictes the pros and cons of using technology to improve the relationship between user and book





Negli ultimi anni, anche in Italia, il dibattito intorno ai temi della cosiddetta cultural heritage ha assunto una discreta rilevanza tanto a livello accademico quanto nell’opinione pubblica; le sfide e le potenzialità poste dalla cosiddetta rivoluzione digitale hanno stimolato, nell’ambito del più ampio contesto delle Digital Humanities, riflessioni sulle modalità di conservazione e accesso del nostro inestimabile patrimonio culturale tramite la sua digitalizzazione.

In linea con quanto avvenuto negli altri paesi occidentali, già dalla seconda metà degli anni Novanta sono stati avviati numerosissimi progetti di digitalizzazione. Tuttavia, a differenza di altre esperienze, come Gallica, il portale della Bibliothèque Nationale de France, in Italia, per ragioni anche strutturali, è risultata non del tutto adeguata una direzione da parte del Ministero dei Beni Culturali che da subito uniformasse i criteri di conservazione delle risorse digitali armonizzandole tra di loro. Il risultato è che oggi ci si trova con una grande quantità di documenti digitali dei quali è difficile, se non impossibile il reperimento, come il caso della teca digitale della Regione Piemonte che è stata costruita con una tecnologia non open source e oggi obsoleta: finiti i finanziamenti pubblici una tantum in molte realtà è mancata una visione di insieme che organizzasse i differenti progetti.

Quello dell’obsolescenza è uno dei problemi più importanti su cui si riflette in merito ai documenti digitali in senso lato (immagini, testo, audio, video...); a differenza dei documenti tradizionali su carta, che sono consultabili autonomamente e che hanno un buon grado di durata nel tempo, se ben conservati, quelli digitali dipendono sia dall’hardware (la macchina) che dal software (il programma), per i quali sono stati pensati. Se si prende per esempio il caso di un documento di testo conservato su un floppy disc nei primi anni Duemila sarà difficilmente leggibile oggi dalla grande maggioranza dei personal computer usati quotidianamente; questo ordine di questioni si amplifica di molto quando i documenti sono conservati in quell’archivio aperto e infinito che è il Web. Non è solo un problema legato al ricambio tecnologico, ma, per gli storici soprattutto, una seria questione di metodo: le fonti digitali sono per loro natura nient’altro che stringhe di bit, effimere e volatili.

Come garantire dunque accesso stabile alle informazioni, ai documenti digitalizzati armonizzando contemporaneamente una galassia di progetti alcuni dei quali fermi da tempo a causa di scelte poco consapevoli alla loro base? Una risposta l’ha provata a dare l’ICCU, l’Istituto Centrale per il Catalogo Unico che, con il progetto Internet Culturale, mira a costruire un grande meta-catalogo in cui poter trovare tutti i documenti digitalizzati da istituzioni pubbliche italiane. Al pari del più grande e meglio riuscito omologo europeo, Europeana, Internet Culturale presenta tuttavia grandi problemi nella sua interfaccia d’uso, restituendo ricerche non sempre coerenti: non è possibile competere su questo con i motori di ricerca generalisti che naturalmente sono quelli più usati anche per quanto concerne le ricerche in ambito culturale (come Google Books). Partendo da queste considerazioni è allora, forse, più utile concentrare finanziamenti ed energie in progetti meno mastodontici che mirino a restituire un prodotto fruibile in maniera efficace tanto dai cittadini che dai ricercatori delegando ad istituzioni transnazionale l’armonizzazione dei dati e dei sistemi di ricerca (ad esempio l’infrastruttura europea DARIAH). È quello che è stato fatto presso la biblioteca del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano (CDEC).

All’interno di un più ampio disegno per la valorizzazione e la fruizione del proprio patrimonio documentario, finanziato nel 2009 con una legge dello Stato, la Fondazione CDEC ha avviato, dal 2012, la sistemazione dei materiali conservati nel Centro di Documentazione ai fini della costituzione di una biblioteca digitale. La CDEC Digital Library, inaugurata nel 2015, è stata realizzata in partnership con il MIBACT e la società Regesta.exe che ne cura gli aspetti informatici; data la vastità dei documenti conservati al CDEC, attivo dal 1955 come “Istituto per la raccolta e la conservazione dei documenti dell’ebraismo italiano dall’età dell’Emancipazione ai giorni nostri”, il focus su cui si sono concentrati gli sforzi della riorganizzazione documentaria è stato quello della Shoah e della Resistenza. Le decine di migliaia di documenti cui le curatrici del progetto, Silvia Mazzini e Laura Brazzo, hanno dovuto organizzare sono di natura eterogenea (libri, carte d’archivio, fotografie, audio, video); integrando questi dati bibliografici con quelli provenienti dalla banca dati delle vittime della Shoah in Italia, espressa in formato tabellare, è stato deciso di organizzare i contenuti documentari in maniera prosopografica. Come in molti istituti culturali italiani anche al CDEC campagne di digitalizzazione documentaria svolte in tempi differenti hanno consegnato un insieme di oggetti digitali con formati e sistemi di gestione diversi e obsoleti. La prima fase del progetto è stata quindi incentrata sulla riorganizzazione del variegato insieme documentario attraverso sistemi open source per la gestione dei dati; parallelamente si è pensato di creare un legame tra dati e documenti attraverso una “ontologia della persecuzione”, usando il semplice sistema friend of a friend (es. “A è amico di B”). Questa riorganizzazione è stata propedeutica all’utilizzo delle tecnologie del Web Semantico e dei Linked Open Data con le quali è stato costruito, in una seconda fase, il sistema di gestione documentaria della biblioteca e del sito web. Questa scelta è stata fatta non solo perché le tecnologie semantiche mirano a garantire un sistema stabile di reperimento dei documenti – cosa che è per gli storici di primaria importanza – ma consentono di riutilizzare i dati in maniera pressoché infinita. Un buon esempio è quello della visualizzazione dei dati proposopografici della banca dati del CDEC; attraverso l’applicativo LodView è infatti possibile navigare per ciascuna persona le informazioni biografiche, bibliografiche e quelle più strettamente legate alla persecuzione (luoghi di arresto, concentramento, deportazione...).

Quest’ultima caratteristica, sulla quale il progetto della CDEC Digital Library ha investito molto, rappresenta un tentativo embrionale di presentare in una maniera interattiva e forse più accattivante un insieme di dati storici. Al netto dei limiti di utilizzo di questa opzione per un pubblico non molto esperto, la biblioteca digitale è certamente un ottimo progetto – vincitore peraltro del “Grand Prize” nella Lodlam Challenge del 2015 – che consente di navigare in maniera efficace, limitando in cosiddetto “rumore informativo”, un fondo documentario ricco e variegato sulla storia della Shoah in Italia, unico per quantità e qualità. L’uso dei Linked Open Data nell’ambito della conservazione della nostra eredità culturale si inserisce nel generale rinnovamento dei sistemi di organizzazione delle informazioni e delle conoscenze che molto deve alla lezione di pensatori illuminati e precursori del pensiero ipertestuale come Paul Otlet, Vannevar Bush e Ted Nelson; ma rientra anche nel nuovo filone della cosiddetta digital history, che riprende le sempre attuali riflessioni di March Bloch: «lo strumento, certo, non fa scienza. –  scriveva il grande storico francese nell’Apologia della storia – Ma una società che abbia la pretesa di rispettare le scienze non dovrebbe disinteressarsi dei loro strumenti». È quindi auspicabile che, come nel caso del CDEC, storici ed informatici si mettano al servizio della collettività, abbandonando reciproche diffidenze, cercando di sfruttare al meglio le potenzialità di ciascun ambito di studi per restituire un prodotto digitale concreto, stabile e fruibile.



NOTA BIBLIOGRAFICA

Questo articolo è tratto dalla tesi di laurea dal titolo Fare storia nella società dell’informazione. Teorie, modelli, pratiche, sostenuta dall’autore in aprile 2017 presso l’Università di Torino. Si indicano di seguito alcuni testi e siti web utili per contestualizzare le tematiche brevemente affrontate in questa sede; si invita a contattare direttamente l’autore se interessati a ulteriori approfondimenti o chiarimenti (lorenzo.manetta@edu.unito.it).

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Casella di testo

Citazione:

Lorenzo Manetta, La sistemazione del fondo bibliografico del Centro di documentazione ebraica contemporanea, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", VI, 2, novembre 2017

url: http://www.freeebrei.com/anno-vi-numero-2-luglio-dicembre-2017/lorenzo-manetta-la-sistemazione-del-fondo-bibliografico-del-centro-di-documentazione-ebraica-contemporanea


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