Kittel/Buber, La questione ebraica

"Free Ebrei", IV, 1, maggio 2015


Gerhard Kittel, Martin Buber, La questione ebraica. I testi integrali di una polemica pubblica, a cura di Gianfranco Bonola, Bologna, Edizione Dehoniane, 2014, pp. 169, € 15,00

 

di Gabriele Guerra



Abstract

Gianfranco Bonola's Italian edition of the public controversy between Gerhard Kittel and Martin Buber on Jewish question is a very important document of a relatively unknown chapter of the so-called "German-Jewish" symbiosis before the Holocaust.

 

Di “Judenfrage”, di questione ebraica, è letteralmente disseminata tutta la storia filosofica ed intellettuale della Germania da ormai due secoli, da quando cioè il filosofo Bruno Bauer diede alle stampe nel 1843 un volume con questo titolo, cui rispose l’anno seguente Karl Marx con il famoso saggio omonimo. La questione di quale potesse essere il ruolo degli ebrei nel nascente Stato tedesco si inserisce sin da subito in un dibattito molto ampio circa il ruolo della religione nello spazio pubblico e finisce per prendere, per ragioni sostanzialmente note e la cui disamina non può essere qui presa in considerazione, un profilo non di rado decisamente antisemita, o comunque molto critico verso un processo di compiuta assimilazione politica e civile da parte dei “cittadini di fede ebraica dello Stato tedesco”, come suonerà poi la definizione burocratica per gli ebreo-tedeschi in età Guglielmina. Tanto più la questione assume implicazioni decisive all’indomani della presa del potere nel gennaio 1933 da parte di Adolf Hitler, che subito mette in pratica gli intendimenti discriminatori a sfondo razziale centrali nell’ideologia nazionalsocialista. La “questione ebraica” smette quindi di essere una discussione filosofico-ideologica, e diventa soprattutto una radicale e determinata politica di segregazione, che prelude ad una compiuta rimozione dal corpo sociale tedesco e culmina infine nella politica di sterminio degli ebrei tedeschi ed europei.

 

È su questo sfondo che si dispiega una piccola ma assai significativa polemica, che si svolge tra il teologo protestante Gerhard Kittel – in seguito autore di un fortunato e ormai classico Theologisches Wörterbuch zum Neuen Testament – e il filosofo ebreo-tedesco Martin Buber, resa ora disponibile anche per il lettore italiano da una edizione, filologicamente accuratissima e appassionata sul piano storico-culturale, portata a compimento da Gianfranco Bonola, docente di storia delle religioni, già traduttore di Franz Rosenzweig e molto interessato agli aspetti dottrinari intraecclesiastici della persecuzione antisemita nazionalsocialista.

 

Nel luglio 1933 Kittel dà dunque alle stampe, in una Germania da poco impavesata dalla bandiera con la croce uncinata, un libretto intitolato appunto Die Judenfrage, che intende mettere a punto la questione dell’identità ebraica nel nuovo Stato razziale, specialmente considerando le questioni esegetiche vetero-testamentarie e quelle più genericamente storico-religiose sottese allo status identitario dell’ebreo in età classica. Il testo però ovviamente non disdegna temerarie incursioni – o per meglio dire, imbarazzanti prese di posizioni, da parte di uno studioso comunque di vaglia e rispettato, sull’attualità, con citazioni dal Mein Kampf e rimasticature ideologiche dei più vieti stereotipi antisemiti. La tesi di Kittel è presto detta: per l’ebreo che abita nello Stato nazista va ripristinata un “Gastzustand”, una condizione di forestiero non assimilato che allo studioso testamentario Kittel pare l’unica soluzione possibile per preservare un “ebraismo autentico” dentro la nuova compagine statuale völkisch e razzista. “L’ebraismo autentico non si discosta dal simbolo dello straniero che vaga privo di pace e di patria sopra la terra” (p. 99), scrive infatti Kittel verso la fine del suo pamphlet, finendo così per sostituire il profilo del “cittadino di fede ebraica dello Stato tedesco”  (che Kittel considera peraltro “sbagliato per entrambe le parti”, p. 70) con quello stereotipico e tradizionalmente antiebraico di Ahasvero.

 

Giustamente Martin Buber – cui Kittel esplicitamente si rivolge nel suo scritto, considerandolo come un vero e proprio “Führer” degli ebrei e auspicando che conduca i correligionari proprio su questa direzione di autoriconoscimento del proprio status di segregazione (p. 99) – sottolinea nella sua replica come in realtà quella dell’ebreo errante è “una figura leggendaria cristiana”, dal momento che “l’ebraismo autentico è sempre in attesa che nel prossimo istante la promessa profetica si compia e la sua peregrinazione abbia fine” (p. 114), e più in generale non riesce a consentire con praticamente nessuna delle argomentazioni kitteliane (fatta salva una generica consonanza di idee in merito al bagaglio concettuale vetero-testamentario richiamato, che è in fondo il motivo che spinge Kittel a indirizzarsi esplicitamente al filosofo ebreo-tedesco).

 

Una tale polemica, insomma, al di là del tradizionale fair play accademico che la caratterizza (e che Bonola ricostruisce molto bene in tutte le sue sfaccettature, nella sua Introduzione ai testi presentati), testimonia insomma di una radicale impossibilità a risolverla, proprio in virtù delle premesse politico-ideologiche che stanno alla sua base. E tuttavia appare profondamente significativa, proprio perché testimonia del palese e tragico inganno – palese ai nostri occhi, ovviamente – cui andò incontro parte rilevante dell’intelligencija ebraico-tedesca all’indomani della Machtergreifung nazista, ritenendo inconcepibile che dei “cittadini di fede ebraica dello Stato tedesco”, non di rado esemplari nel loro senso di appartenenza, potessero essere inquadrati e poi perseguitati dal nuovo regime come elementi radicalmente estranei a quella stessa compagine statuale. Per essi infatti, anche al netto di affermazioni di principio circa la propria identità ebraica, che spesso si muovevano consapevolmente al di là del tradizionale percorso assimilativo, restava sempre attiva la concezione di una profonda necessità spirituale di adesione alla Kultur tedesca; e un pensatore sensibile e intelligente come Martin Buber rappresenta in maniera emblematica proprio questo senso di appartenenza culturale e spirituale – un senso di appartenenza che è parte integrante della tragedia cui andò incontro l’ebraismo tedesco ed europeo.



Casella di testo

Citazione:

Gerhard Kittel, Martin Buber, La questione ebraica, a cura di Gianfranco Bonola (recensione di Gabriele Guerra), "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", IV, 1, maggio 2015

url: http://www.freeebrei.com/home/Arretrati/anno-iv-numero-1-gennaio-giugno-2015/kittelbuber-la-questione-ebraica



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