Andrea Giacobazzi, Doar Hayom e il fascismo

"Free Ebrei", II, 1, maggio 2013


"Doar Hayom" e fascismo: osservazioni generali

 

di Andrea Giacobazzi


Abstract

Andrea Giacobazzi analyzes the Fascist sympathies by Zionist Palestinian newspaper "Doar Hayom" during the 1930s and tries to deduce a more general attitude of Zionism towards Fascism.


A meno che l’affiliazione non sia apertamente dichiarata, inquadrare precisamente un prodotto editoriale in campo ideologico non risulta un’operazione semplice. Sicuramente interessante è il caso del giornale sionista palestinese Doar Hayom (Corrispondenza quotidiana) e delle simpatie che diversi suoi redattori ebbero verso il fascismo italiano.  Per evitare banalizzazioni è bene chiarire che la tesi di fondo di questo breve testo non è orientata alla dimostrazione che il suddetto quotidiano fosse un “giornale fascista”: se la categoria del fascismo non può essere attribuita, senza cadere in semplificazioni fuorvianti, alla stampa “nazionale” spagnola o a quella nazionalsocialista tedesca, analogamente non potremo utilizzarla per certa stampa palestinese. A maggior ragione la definizione di “giornale fascista” risulta difficoltosa anche alla luce di alcune critiche che questo periodico rivolse all’Italia di Mussolini[1].

Fondato nell'agosto del 1919, il Doar Hayom fu caratterizzato da un elemento peculiare: un contributo determinante alla sua nascita lo diede Itamar Ben Avi (nato Ben-Zion Ben-Yehuda), figlio di Eliezer Ben-Yehuda, ideatore della lingua ebraica moderna. Ben Avi fu il primo direttore.

Nella raccolta della Historical Jewish Press si scrive:

In the mindset of Ben Avi, the newspaper was intended to be the mouthpiece of the native-born palestinians, members of the second generation of the First ʿAliyyah and the members of the veteran Sephardi families. The newspaper was right-wing with respect to economic and political affairs, and stood against the growing socialistic hegemony in the Jewish population. The newspaper stood to the right of the interests of the citrus growers in the villages and the merchants and the building contractors in the cities, and advocated the cantonisation of Palestine and its division between Jews and Arabs[2].

Certamente vicino ai sionisti revisionisti (definiti da più parti i “fascisti del sionismo”), Ben Avi lasciò agli esponenti di questo movimento sempre maggiore spazio dalla fine degli anni Venti. Nel dicembre del 1928, il fondatore trasferì la direzione al suo amico Vladimir Ze’ev Jabotinsky (capo del revisionismo, 1880-1940), con un contratto provvisorio[3]. Jabotinsky, pur non volendo essere pubblicamente associato al fascismo, mantenne un controverso rapporto con l’Italia di quegli anni. I suoi avversari non mancavano di definirlo “Vladimir Hilter”. Dopo aver letto un giornale nazionalsocialista, il futuro premier israeliano Ben-Gurion scrisse che gli era parso di leggere the words of Zeev Jabotinsky in Doar Hayom: 'the same thing, the same style, and the same spirit'[4].

Con il 1929 tre persone in particolare presero il controllo della redazione: Abba Achimeir (1897–1962), Wolfgang von Wiesl (1896–1974) e Yehoshua Yevin (1891–1970)[5].

Achimeir tenne una rubrica chiamata "Diario di un fascista". Era un revisionista massimalista e simpatizzante dei regimi autoritari europei. Ricorda Colin Shindler: he had commenced his work for Doar HaYom with his column entitled "From the notebook of a fascist". Achimeir expressed admiration for Mussolini and expoused a zionist interpretation of integral nationalism[6]. Sul giornale Hazit Haam arrivò addirittura ad apprezzare certi aspetti del movimento nazionalsocialista, scatenando le ire di Jabotinsky[7].

Von Weisl, noto per la sua ammirazione verso l'Italia di Mussolini, avrà contatti (1934) con il Console italiano a Gerusalemme De Angelis chiedendo di ammettere come gregari in istituti fascisti di qualsiasi genere per tutto il periodo necessario, quattro giovani sionisti, che il partito revisionista manderebbe nel Regno a proprie spese, allo scopo di far loro intendere lo spirito e apprendere nei particolari il meccanismo dell’organizzazione fascista[8]. Nel 1936 fece scalpore un articolo apparso su World Jewry  intitolato Dr. von Weisl Believes in Fascism in cui il dirigente del movimento di Jabotinsky pare abbia riferito: Although opinions among the Revisionists varied, in general they sympathized with Fascism[9].

Yevin fu tra i fondatori, insieme ad Achimeir e Uri Zvi Greenberg del gruppo massimalista Brit HaBirionim (L'Alleanza degli uomini forti), caratterizzato da chiare posizioni nazionaliste e autoritarie.

Lo stesso Itamar Ben Avi non mancò di dimostrare orientamenti filofascisti. Michael Brown sostiene: An ardent admirer of Jabotinsky, Ben Avi, had toured the United States earlier in 1928 promoting fascism as "a new plan for upbuilding Palestine"[10]. Analogamente, in Between history and literature, parlando "del figlio del linguista ebreo Eliezer Ben Yehuda", lo si descrive come un giornalista revisionista che proponeva "Fascism for Palestine"[11]. Dato confermato da La Revue du Centre de documentation juive contemporaine:  "Itamar Ben Avi (Doar Hayom) estime que le fascisme italien serait un «régime idéal pour Eretz Israël»"[12].

What we require at this moment is a Hebrew Mussolini[13], pare abbia affermato in qualche circostanza.

Quando nel mese di gennaio 1931 finirono i due anni di contratto provvisorio con i revisionisti, Ben Avi cercò di riportare il giornale al suo formato commerciale. I membri del movimento revisionista rifiutarono di restituirgli la direzione e solo dopo un confronto acceso abbandonarono le loro pretese sul giornale[14]. Nel luglio 1933 Ben Avi lasciò il quotidiano. Nel 1935, fu tentata la fusione con HaBoker (Il Mattino), un quotidiano sionista generale, che aveva propensioni ideologiche simili, ma l'esperimento non riuscì[15]. A questo proposito, qualche mese dopo la chiusura del periodico (giugno 1936) e forse con toni eccessivamente ottimistici, telegrafava - basandosi su fonte fiduciaria - lo Stato Maggiore della Regia Marina:

Un  considerevole  gruppo  della  popolazione  ebraica  ha  assunto  un atteggiamento  molto  favorevole  all’Italia,  nella  quale  sola  spera,  affinché come  potenza  mandante  e  firmataria  della  dichiarazione  Balfour, protesti per il malgoverno inglese in Palestina. Essi vorrebbero anche che l’Italia si facesse  fautrice  che  la  Commissione  Reale  che dovrebbe  venire  in Palestina,  fosse  invece  una  Commissione  Internazionale  e  non esclusivamente inglese.

Queste  voci  fanno  capo  ai  giornali  Haboker  e  Doar  Hayom,  che  si pubblicano  a  Tel  Aviv  e  sono  tra  i  quattro  quotidiani  importanti  che vengono pubblicati in lingua ebraica in Palestina[16].

 

Benny Morris, analizzando la reazione della stampa ebraica all’ascesa al potere di Hitler, definì il Doar Hayom come the most interesting newspaper in Palestine in this context.

Ben-Avi, che firmava molti degli editoriali, realized in the course of 1932 that Germany was marching toward Nazism and expressed his concern. Contestualmente sostenne:

 “Never has there been an atmosphere so poisoned with antisemitism”. Despite the warnings, he said, German Jews “are resting on their laurels. . . and talking about ‘their German national home’ instead of emigrating to Palestine.”

In linea con quanto detto, Morris - riferendosi all'Italia di Mussolini - scrive:

The editors of  Do’ar ha-Yom, however, were pleased by the other fascist victory in Europe, in Italy. Ben-Avi wrote about Hitler’s “glittering personal triumph” in the elections and argued that the Hitlerist prescription for ending Germany’s crisis was “essential.”

Occasionally he explained to his readers that imitating Mussolini was not necessarily a bad thing. On August 4 [1932], the newspaper ran a lengthy piece by Mussolini himself, and the next day Ben-Avi defined Mussolini as “the leaven in the [European] dough,” a source of an “uninterrupted ferment” that the editor viewed favorably.

 In November, Ben-Avi went so far as to recommend the adoption of the fascist solution in Palestine:

"Mussolini’s Government . . . tries almost every day to do something for the betterment of the people and the country. . . . The fascist experiment is creating room for a grand experiment, one that would undoubtedly succeed here as well. Is it not time for our Palestine, too, to follow in Mussolini’s footsteps?... What Italy can do, so can Judea!"[17]

Affermazioni senza dubbio chiare e non prive di significati politici. A questo proposito non deve stupire la relazione inviata dall'ebreo fascista Corrado Tedeschi al Governo italiano, quando nel 1936 si era recato in missione in Palestina. Parlando del fondatore del Doar HaYom, affermò:

Altri colloqui ho avuto col Signor Ben Avi, molto buon amico dell’Italia e del Fascismo. […] Come affermano il Sig. Ben Avi ed altri, e come d’altronde è notissimo, molti tra i nativi ed i revisionisti palestinesi sono assolutamente tendenzialmente fascisti e potrebbero in pieno far proprie la teoria e la pratica del fascismo, in accordo e contatto con Roma[18].

Altre tracce delle simpatie fasciste dell'ex direttore si possono trovare in alcuni documenti presenti nell'Archivio storico del Ministero degli Affari Esteri. Tra gli altri, in un telespresso mandato dal Regio Consolato di Gerusalemme in relazione all'invio di libri - principalmente a carattere fascista - per una  biblioteca ebraica, si scriveva:

Il  Signor  Itamar  Ben  Avi,  direttore  della  biblioteca  di  Nataniah,  città ebraica  prossima  a  Tel  Aviv,  nonché  presidente  del  circolo  degli amici della Cultura Italo-ebraica a Tel Aviv, noto fervido ammiratore dell’Italia  fascista,  mi ha rivolto la  preghiera di potere avere un certo numero  di  opere  italiane  per  formare  un  settore  italiano  della biblioteca  da lui  con  tanta  fatica  creata  nella  città  fondata  da  suo padre[19].

Benny Morris, nell’articolo citato in precedenza, definiva il Doar Hayom il "più nazionalista" dei quotidiani ebraici del mattino in Palestina. Come abbiamo scritto nelle prime righe, risulta difficile misurare con precisione e senza semplificazioni eccessive aspetti ideologici come il "nazionalismo" o il "fascismo" di un quotidiano, ciò che però risulta sicura è l'empatia che figure di primo piano nella storia del periodico ebbero verso l'Italia di quegli anni, un'Italia che, non solo in ambito sionista, era vista come la sede di un originale esperimento politico guidato da Benito Mussolini. Lo stesso Jabotinsky, che pur volle dissociarsi da quell'etichetta "fascista" che così spesso gli veniva attaccata, mantenne per il Bel Paese un'attenzione profonda, certamente motivata dalla sua prolungata residenza giovanile a Roma ma probabilmente incentivata dalla curiosità verso le prospettive che la "nuova Italia" proponeva. Prima che il fascismo andasse al potere e ben prima che il revisionismo sionista nascesse, Jabotinsky scrisse a Mussolini: Se vuol conoscere il grado di vitalità nostro, studi i suoi fascisti, soltanto vi aggiunga un po’ più di tragedia, un po’ più di tenacia, forse anche più esperienza[20]. Come ormai noto, il fascismo ed il revisionismo si "studiarono" per anni e, tra le altre cose, nel 1934 prese forma a Civitavecchia, con l'autorizzazione del Governo, il corso nautico per i giovani revisionisti: da quella scuola nacque, come descritto da Leone Carpi in un suo libro degli anni'60, il primo nucleo della marina ebraica

 


Note


[1] A. Giacobazzi, Il fez e la kippah. Tre cinquantine di documenti relativi ai contatti tra ebrei e fascismo, Parma, Edizioni all'insegna del Veltro, 2012. Ovviamente, a fianco di alcuni screzi politici, nella sezione relativa agli “estratti della stampa” ( pp. 239-299) sono riportati molti esempi di segno opposto.

[2] Historical Jewish Press, progetto di raccolta della stampa ebraica realizzato dalla Tel Aviv University e dalla National Library of Israel [http://www.jpress.org.il/publications/DHY-en.asp].

[3] Ibidem.

[4] T. Segev, The Seventh Million: Israelis and the Holocaust, Hill and Wang, NY, 1993, p. 24.

[5] Ibidem.

[6] C. Shindler, The Triumph of Military Zionism: Nationalism and the Origins of the Israeli Right, I.B.Tauris, 2005, pag. 162; A. Perlmutter, The life and times of Menachem Begin, Doubleday, 1987, p. 65.

[7] Il capo del revisionismo scrisse ad Achimeir chiedendogli di mettere fine a queste esternazioni. "The articles and notices on Hitler and the Hitlerite movement appearing in Hazit Ha'am"* stavano creando problemi di credibilità al movimento. /* J. Schechtman, Fighter and ProphetThe Jabotinsky Story— The Last Years, 1923–1940 (New York: Thomas Yoseloff, 1961), p. 21.

[8] ASAME, Affari politici, Palestina, b. 5, 1933 sottofasc. “Ammissione di giovani sionisti del partito revisionista in istituti fascisti”.

[9] Dr. Von Weisl Believes in Fascism, World Jewry (London), June 12, 1936, p. 12.

[10] M. Brown, The Israeli-American Connection: Its Roots in the Yishuv, 1914-1945, Wayne State University Press, 1996, p. 55.; cfr.: I[tamar] B[en Avi], "Hitpalalnu LeVoacha, Ish Akko" [Hebrew, Do'ar HaYom, 7 ottobre 1928]; "Avukah Luncheon, July 2nd" The New Palestine, 29 june, 1928.

[11] I. Barzilay, S. Nash, Between history and literature, ha-ibuts ha-meʼuad, 1997, p. 19.

[12] Revue d'histoire de la Shoah: le monde juif, Issue 182, p. 7 [La revue du Centre de documentation juive contemporaine, 2005].

[13] Mediterranean language review, Vol. 10, O. Harrassowitz, 1998, p. 186.

[14] Historical Jewish Press, progetto di raccolta della stampa ebraica realizzato dalla Tel Aviv University e dalla National Library of Israel [http://www.jpress.org.il/publications/DHY-en.asp].

[15] Ibidem.

[16] ASMAE/Affari  Politici/Palestina (1931-1945)/busta  12  (1936)/Telegrafo  dell’Ufficio  di Stato Maggiore della Regia Marina, 19-09-36/XIV.

[17] B. Morris, Response of the Jewish Daily Press in Palestine to the Accession of Hitler, 1933, Yad Vashem Studies , Vol. XXVII, Jerusalem, 1999, pp. 363-407.

[18] ASMAE/ Affari politici/ Palesina/ Busta 13 (1936) Relazione di C. Tedeschi a Guariglia sulla sua missione in Palestina, Tel Aviv, 6 febbraio 1936.

[19] ASMAE/Affari  Politici/Palestina  (1931-1945)/busta  22  (1937)/Telespresso  n.  2197  dal Consolato Generale d Gerusalemme al ministero degli Affari Esteri, 18-05-37/XV.

[20] S. Romano, Lettera a un amico ebreo, Longanesi, 2002, p. 75.



Casella di testo

Citazione:

Andrea Giacobazzi, "Doar Hayom" e fascismo: osservazioni generali, "Free Ebrei. Rivista online di identità ebraica contemporanea", II, 1, maggio 2013

urlhttp://www.freeebrei.com/anno-ii-numero-1-gennaio-giugno-2013/andrea-giacobazzi-doar-hayom-e-il-fascismo



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